Il primo libro autobiografico di Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale

Pubblicato in Spagna il volume sulla vita dell’iniziatore del Cammino Neocatecumenale: dalla crisi esistenziale all’incontro con Cristo, fino alla nascita dell’itinerario di fede presente oggi in 101 paesi – info su kerigmaenlaschabolas.buenasletras.com


ROMA, venerdì, 23 novembre 2012 (ZENIT.org) – “Ho cercato di vivere come se Dio non esistesse. In quel momento ho chiuso il cielo. Mi si è formato sopra come un cielo di cemento e la vita è diventata molto difficile”.

Così Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, racconta la crisi esistenziale che lo ha portato all’incontro con Cristo e dunque alla svolta della sua vita nel suo primo libro “Il Kerygma, nelle baracche con i poveri”.

“Ero morto dentro e fui letteralmente scioccato dal fatto che le persone erano in grado di vivere quando io non ero assolutamente in grado di farlo” scrive Kiko nel volume edito dalla casa editrice spagnola BuenasLetras, in vendita in Spagna dal prossimo martedì 27 novembre.

“Le persone erano entusiaste dal calcio, dal cinema… – continua l’autore – Per me quelle cose non significavano più nulla. Mi sono chiesto: Ma come vive la gente? Come riescono a vivere le persone? Vedevo le persone normali e pensavo: Ma non si chiedono chi sono io, chi mi ha creato, cos’è la vita? Perché la gente non si pone questi problemi? Forse sarò io un po’ pazzo, un narcisista, uno strano?”.

“Tutto questo”, racconta ancora l’autore, “nasceva dal fatto che sentivo su di me come un ‘mantello bagnato’ che mi poneva costantemente in cerca della verità: Chi siamo e cosa facciamo nel mondo? Per me non era più indifferente che Dio esistesse o non esistesse, ma era diventata una questione di vita o di morte”.

“In un momento tragico della mia esistenza quindi – prosegue Argüello – sono andato nella mia stanza, ho chiuso la porta e ho gridato a Dio: “Se esisti, vieni ad aiutarmi, perché ho davanti a me la morte!“.

L’iniziatore del Cammino Neocatecumenale ha voluto pubblicare la sua testimonianza personale di come ha trovato Cristo in mezzo ad una forte crisi esistenziale e, da lì, il cambiamento che ha sperimentato nella sua vita, che poi ha portato come risultato all’inizio dell’itinerario Neocatecumenale.

Il volume contiene anche un Kerygma che, dice l’autore, “può essere un contributo, per i suoi contenuti e l’antropologia, al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione” recentemente svoltosi in Vaticano.

La prefazione del libro è a cura del cardinale Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, che scrive: “Il Cammino Neocatecumenale è un dono che lo Spirito Santo ha dato alla Chiesa dopo il Concilio, in quanto percorso o itinerario di iniziazione o re-iniziazione cristiana, e come strumento per promuovere una nuova e vigorosa evangelizzazione”.

Prosegue il porporato: “Ringraziamo Dio per le grandi meraviglie che Egli opera in favore della Chiesa e dell’umanità attraverso questa strada; per le grandi benedizioni e per i frutti che per mezzo di questo Cammino si riversano in favore del suo popolo: frutti di conversione alla vita cristiana, di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, di attività missionaria della Chiesa. Frutti anche di carità, di vita conforme alle Beatitudini, di generosità, di famiglie rinnovate e aperte alla vita”.

Da parte sua, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ha contribuito al libro con un commento alla catechesi di Kiko intitolata “Tre Angeli”.  Scrive il porporato austriaco: “questo Cammino, tante volte confermato e incoraggiato dai Papi Paolo VI, il Beato Giovanni Paolo II e il nostro Santo Padre Benedetto XVI, attraverso l’annuncio della Buona Novella, il Kerygma, ha aperto a molte persone la porta della Fede”.

“La catechesi di Kiko qui pubblicata – prosegue Schönborn – rappresenta una forte ‘istruzione’ per i discepoli. È un invito alla conversione personale. Questa catechesi m’impressiona perché mostra chiaramente, a me personalmente, che senza conversione personale non è possibile evangelizzare. Chi evangelizza deve essere per primo evangelizzato”.

Uno dei punti chiave del libro di Kiko Argüello è che “è necessario passare in una parrocchia da una pastorale di sacramentalizzazione alla evangelizzazione”. “Se la parrocchia – scrive – ha, per esempio, un territorio con circa 15.000 persone, di cui solo una decina, un 5%, va a messa la Domenica, c’è ancora un gruppo di persone che si sposa in Chiesa, battezza i propri figli, e via dicendo. Allo stesso tempo c’è un’altra enorme quantità di persone che non vanno per nulla in Chiesa”.

L’interrogativo è quindi: “Come mai così tante persone secolarizzate?”. L’autore prova a dare qualche risposta, “alcune pennellate” come lui stesso le definisce. Una di queste è: “Negli Atti degli Apostoli si usa l’espressione: mediante miracoli. Negli Atti ogni Kerygma è, infatti, preceduto da un miracolo che crea stupore, sorpresa, fa aprire le orecchie alle persone, per renderli pronti ad ascoltare. La fede infatti viene dall’ascolto. (…) Questi miracoli preparano le persone a sentire l’annuncio della Buona Novella, la grande notizia che salva il mondo”.

“Non c’è cosa più grande al mondo per annunciare il Vangelo” sottolinea Kiko. “Dio ha voluto salvare il mondo attraverso la stoltezza del Kerigma. Esso non è una predica o una meditazione. È l’annuncio di una notizia che si realizza ogni volta che la si proclama. E cosa si realizza? La salvezza”. “La parola Vangelo significa buona notizia – spiega -. Vangelo e Kerygma sono la stessa parola. Annunciare il Vangelo significa quindi annunciare il Kerygma. È importante ascoltare il Kerygma”.

Kiko Argüello è nato a León (Spagna) il 9 gennaio 1939. Ha studiato Belle Arti presso l’Accademia di San Fernando a Madrid, dove ha conseguito il titolo di Professore di Pittura e Disegno. Nel 1959 ha ricevuto il Premio Nazionale di Pittura straordinaria.

Dopo una profonda crisi esistenziale, si produce in lui una forte conversione che lo porta a dedicare tutta la sua vita a Cristo e alla Chiesa. Nel 1960, insieme allo scultore Coomontes e al vetraio Muñoz de Pablos, fonda il gruppo di ricerca e sviluppo di Arte Sacra Guild 62, con il quale realizza diverse mostre a Madrid (Biblioteca Nazionale). Il gruppo è, inoltre, scelto dal Ministero della Cultura per rappresentare la Spagna all’Esposizione Mondiale di Arte Sacra a Royan (Francia) nel 1960. Allo stesso tempo, Argüello espone alcune delle sue opere nei Paesi Bassi (Galleria Nouvelles Images).

Convinto che Cristo sia presente nella sofferenza dei poveri e diseredati, nel 1964 Kiko va a vivere tra i poveri, nelle baracche del quartiere Palomeras Altas, alla periferia di Madrid.

Più tardi, incontra Carmen Hernández, e insieme, coscienti del contesto di povertà che li circonda, decidono di trovare una forma di predicazione, una sintesi catechetico-kerygmatica, che porta alla formazione di una piccola comunità cristiana.

Nasce così la prima comunità di poveri, in cui è visibile l’amore di Cristo crocifisso che diventa “seme”, grazie all’allora arcivescovo di Madrid, Mons. Casimiro Morcillo, piantato nelle parrocchie prima di Madrid, poi a Roma e in altri paesi.

Si forma poco a poco un cammino di iniziazione cristiana per adulti che scopre e recupera la ricchezza del battesimo. Kiko Argüello, Carmen Hernández e il sacerdote italiano don Mario Pezzi sono oggi i responsabili mondiali del Cammino Neocatecumenale, presente in 101 paesi dei cinque continenti.



[Traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore Cernuzio]


È TEMPO DI SPERANZA NELLA CHIESA CROTONESE

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Lì, dove già siamo, il Signore ci esorta: «Vigilate!». Di fronte a questa richiesta di Dio, alimentiamo nelle nostre coscienze — traducendoli in opere — desideri pieni di speranza di santità. Figlio mio, dammi il tuo cuore [Pro 23, 26], ci suggerisce all’orecchio. Smetti di costruire castelli in aria e deciditi ad aprire la tua anima a Dio, perché solo nel Signore troverai un fondamento reale per la tua speranza e per fare del bene agli altri. Quando non si lotta contro se stessi, quando non si respingono con vigore i nemici che si annidano nel nostro castello interiore — orgoglio, invidia, concupiscenza della carne e degli occhi, spirito di autosufficienza, stolta avidità di libertinaggio —, quando non esiste la lotta interiore, i più nobili ideali inaridiscono come fiore d’erba. Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce [Gc 1, 10-11]. Allora, alla minima occasione, germoglieranno lo sconforto e la tristezza, come piante nocive e invadenti. Abbiamo considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa? Lo sappiamo che Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine? Infatti c’è un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. Quale vantaggio ha chi si dà da fare con fatica? Bisogna stare attenti perché è stato notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà. Per ogni cosa e per ogni azione c’è il suo tempo e Dio giudicherà il giusto e l’empio. Dobbiamo ricordarci che dobbiamo morire, tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere. San Josemaría Escrivá de Balaguer scriveva al 293 di Solco: «È tempo di speranza mi dici, e vivo di questo tesoro. Non è una bella frase, Padre, è una realtà». Allora…, il mondo intero, tutti i valori umani che ti attraggono con una forza enorme amicizia, arte, scienza, filosofia, teologia, sport, natura, cultura, anime… , tutto questo riponilo nella speranza: nella speranza di Cristo. Gesù non si accontenta di un’adesione titubante. Esige — ne ha il diritto — che noi camminiamo con decisione, senza tentennare davanti alle difficoltà. Chiede passi fermi, concreti; infatti, ordinariamente, i propositi generici servono poco. Quei propositi poco definiti mi sembrano illusioni fallaci, con cui cerchiamo di mettere a tacere le chiamate divine che arrivano al cuore; fuochi fatui che non bruciano né danno calore, e che scompaiono con la stessa fugacità con cui sono sorti. Perciò, mi persuaderò che le tue intenzioni di raggiungere la meta sono sincere se ti vedo camminare con decisione. Opera il bene, rivedendo il tuo atteggiamento abituale di fronte ai compiti di ogni momento; pratica la giustizia, proprio negli ambienti che frequenti, anche se lo sforzo ti fa barcollare; alimenta la felicità di coloro che ti circondano, servendoli con gioia — dal tuo posto, nel lavoro che ti sforzerai di portare a termine con la maggior perfezione possibile —, con spirito di comprensione, col sorriso, col contegno cristiano. E tutto per Dio, pensando alla sua gloria, con lo sguardo in alto, anelando alla Patria definitiva, perché è questo il solo fine che valga la pena. (Amici di Dio, 211)
Salvatore Barresi

Diacono 

LA RELAZIONE PORTO-CITTÀ DI CROTONE RAPPRESENTA UN NOTEVOLE POTENZIALE PER LO SVILUPPO ECONOMICO.

Con i suoi 7.500 chilometri di fronte d’acqua, la presenza dei porti in Italia è sempre stata elemento determinante per la crescita economica e per la sua affermazione sui mercati internazionali.
Forse è arrivato il momento per interrogarsi sulla storia e lo sviluppo del Porto di Crotone con particolare riferimento alla cultura del mare e al sistema dei trasporti via acqua.

La Città di Crotone e il suo Porto, già dalla seconda metà del Novecento, si sono separati progressivamente, determinando situazioni di contrasti e di tensioni.

Si poteva, ma non si è fatto nulla, sfruttando la Legge n. 84 del 1994, creare nuove forme di dialogo che potevano consentire uno sviluppo dell’area portuale della Città di Crotone e il miglioramento della situazione della zona urbana prossima al porto mantenendo un ruolo importante nel settore degli scambi e del commercio.

Perché non c’è stato in questi anni una relazione porto-città? Perché non c’è stata, in un’ottica di mutuo riconoscimento delle rispettive esigenze, la volontà di sviluppare le proprie attività in un quadro di concreto ed efficace spirito di collaborazione? Perché non si sono definiti gli obiettivi per il raggiungimento di una qualità urbana sostenibile e duratura? Che cosa ha bloccato questa impostazione di sviluppo organico tra porto e città di Crotone?

Anche se l’Italia è posta al centro del bacino del Mediterraneo, crocevia delle più importanti direttrici di collegamento mondiale, nonostante siano ripresi gli scambi e i collegamenti mondiali delle merci e dei passeggeri, il porto di Crotone è rimasto fermo pagando una forte penalizzazione in termini di sviluppo economico con una totale mancanza di collegamenti terrestri via ferrovia da e per il porto, una assenza di politiche di condivisione e convivenza tra il porto e il territorio circostante, una incapacità di mettere in atto una diffusa cultura del mare.

Il porto della Città di Crotone potrebbe avere un ruolo attivo e creativo solo attraverso un approccio culturale visto in chiave di risorsa e di parte integrante della città, purché esso rispetti alcune regole necessarie per una vita urbana sostenibile.

Il porto potrebbe rappresentare un notevole potenziale per lo sviluppo economico della Città di Crotone all’interno del bacino del Mediterraneo a patto che si comprenda che cos’è, oggi, l’economia di una città portuale, comprendendo, in primis, quali sono gli squilibri fra i benefici economici generati dal porto e i costi territoriali e ambientale della presenza del porto stesso, capendo con urgenza quanto incidono in questo processo le rivoluzioni tecnologiche e organizzative del mondo dei trasporti.

Pur comprendendo la crescente competizione fra porti e conoscendo le strategie del traffico marittimo mondiale che tende sempre più a concentrarsi in pochi scali grandi ed efficienti, capaci di sfruttare le maggiori economie di scala, il porto di Crotone potrebbe essere un nuovo polo di attrazione per acquisire la regia del ciclo di trasporto intermodale utilizzando nuove tecnologie del trasporto e della movimentazione.

La Città e il porto è il tema che la politica locale, regionale e nazionale dovrebbe mettere sul piatto dello scambio con la cancellazione dell’Ente Provincia, pensando ad una “città polifunzionale”, rivisitando l’identità di Crotone legata alle prospettive di sviluppo socioeconomico.

Il porto potrebbe dare un contributo importante al benessere economico della città di Crotone, generando effetti diffusi di localizzazione di servizi molto qualificati richiesti dalla merce e dalle navi: dai servizi finanziari ed assicurativi agli studi legali, dagli istituti di certificazione ai centri di ricerca navale.

È chiaro che il Comune di Crotone deve saper fare la propria parte per riuscire a cogliere appieno le occasioni di sviluppo che le tendenze dei traffici e del commercio internazionale offrono al porto.

E’ necessario che l’Ente Locale rivolga prioritariamente il proprio impegno alla costruzione di un modello di governance unitaria capace di dar vita ad un progetto condiviso di Crotone città portuale rendendo coerente e compatibile lo sviluppo del porto con lo sviluppo della città.

La prima cosa è quella di rendere fruibile le connessioni porto-città e il suo contesto urbano, costruendo un efficiente sistema della mobilità delle merci e delle persone attraverso nuovi modelli gestionali che prevedano forti iniezioni di tecnologia capaci di assicurare elevate performance al traffico su ferro, risolvendo nel contempo i conflitti fra il traffico cittadino e quello portuale.

Tutto questo è possibile se viene varato il Piano Regolatore Portuale (PRP), in base alla legge 84/94 “Riordino della legislazione in materia portuale”, coerente con lo strumento urbanistico generale del Comune di Crotone e idoneo a risolvere positivamente i rapporti tra città e porto.

Sfruttare il beneficio dell’economia del porto di Crotone che è tutt’uno con la città che lo circonda e ha contribuito a forgiarne, nel tempo, storia, cultura, economia e sviluppo è oggi una base per rimettere in circolo le potenzialità del territorio, senza dimenticare che in questo legame sta il fascino antico ed attuale del porto che è stato ed è frontiera, luogo di incontro delle civiltà mediterranee, ponte tra Oriente e Occidente, ma anche cuore pulsante della città.

Dal porto di Crotone potrebbero venire nuove soluzioni per rilanciare innovazione, crescita e sostenibilità locale, incoraggiando un dibattito aperto con l’intento di sviluppare e rafforzare una visione strategica urbana connessa con la valorizzazione ambientale di Crotone città portuale.

Salvatore Barresi

CONTRO I FANATISMI: GIORDANO BRUNO E LA TOLLERANZA

UNIVERSITÀ POPOLARE MEDITERRANEA – UPMED

Apertura dell’Anno Accademico 2012/2013

Aula Consiliare Comune di Crotone – 2 novembre 2012 – Conferenza

CONTRO I FANATISMI: GIORDANO BRUNO E LA TOLLERANZA

Relazione del Diacono Prof. Salvatore Barresi


Ringrazio  e saluto tutti i presenti con particolare attenzione al sen. Maurizio Mesoraca che ha avuto l’acuta intuizione di proporre il tema, culturalmente elevato, sulla tolleranza e sul fondamentalismo collegati ad una azione storica, culminata all’alba del 17 febbraio 1600, con il rogo dell’ex frate domenicano Giordano Bruno.

La mia breve riflessione sarà concentrata su tre momenti particolari:

1.      La tolleranza come virtù e valore importante alla luce del Vangelo;

2.      Il disagio della Chiesa per la condanna e la morte atroce del filosofo Giordano Bruno;

3.      Armonia tra fede e ragione contro ogni fanatismo.

1.      La tolleranza è un valore importante alla luce del Vangelo – Matteo (5,13-16)

La tolleranza è definita da un semplice vocabolario come: “virtù sociale che riguarda il modo di comportarsi civilmente con persone di opinioni politiche o di credenze religiose diverse dalle nostre”, o anche “rispettare le credenze o le pratiche altrui pur non condividendole”.

Un simile atteggiamento è quanto mai importante nella nostra società pluralista.

Proprio perché importante per la nostra società affronto, con serenità, in prima battuta, la questione, con l’intervento di Papa Giovanni Paolo II, sul caso Giordano Bruno.

Profondo rammarico e mea culpa per quel rogo “e per tutti gli analoghi casi”, precisa la lettera papale che Giovanni Paolo II, inviava all’allora preside della Facoltà teologica di Napoli, don Bruno Forte, oggi Arcivescovo di Chieti – Vasto, in occasione di un convegno organizzato nel febbraio del 2000 sul tema: “Giordano Bruno: oltre il mito e le opposte passioni. Una ricognizione storico-teologica”.

In quella occasione, e ne affronterò il tema più specificatamente dopo, Giovanni Paolo II scrisse sul caso di Giordano Bruno due passaggi significativi: il rogo di Giordano Bruno, che arse all’alba del 17 febbraio del 1600 a Campo de’ Fiori, “costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico”. Tuttavia, “questo triste episodio della storia cristiana moderna” non consente la riabilitazione dell’opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché “il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana”.

In pratica nessuna riabilitazione per la dottrina, l’eresia c’era ma il modo di fermarla era antievangelico.

Ma, ritornando alla riflessione primaria sulla tolleranza, sempre di più, però, come per molte altre parole, stiamo assistendo al processo per cui il termine “tolleranza” assume una connotazione del tutto diversa.

L’equivoco che così nasce è tale da rendere questa virtù un martello in grado di demolire, colpo su colpo, tutto ciò che per noi cristiani è maggiormente caro.

Oggi ciò che viene fatto passare nelle scuole, nei media e in molte famiglie è che la tolleranza significhi “i valori, le dottrine, gli stili di vita, e le affermazioni sulla verità sostenute dall’uno o dall’altro sono fondamentalmente uguali”.

Molti cristiani oggi direbbero che questo è vero. Tutti hanno il diritto alla propria opinione. Ma questo non è ciò che la definizione afferma.

Oggi, dire che bisogna “amare il peccatore ma odiare il peccato” significa fare l’affermazione più bigotta ed intollerante che mai si potrebbe fare.

Dire che Gesù è l’unica via che porta alla salvezza, significa essere considerati razzisti e ristretti di mente.

Agire giustamente ed esprimere amore cristiano significa essere etichettati come bigotti ed eretici.

La tolleranza oggi dice che bisogna essere indifferenti… L’amore cristiano dice che dobbiamo dire e praticare la verità con amore, e questo non ci permette di essere indifferenti!

Questa prima breve riflessione sulla tolleranza come virtù e valore importante alla luce del Vangelo mi porta a comunicare che la parte più triste di tutto questo modo di pensare è che esso ha invaso la chiesa di Gesù Cristo.

Vi sono cristiani professanti che attingono a piene mani dall’idea di tolleranza.

Fra noi vi sono coloro che credono che la salvezza sia possibile al di fuori di Gesù Cristo, che credono che tutte le religioni portino a Dio.

Questo ragionamento ci porta a pensare che siamo diventati “tolleranti” …e nel contempo non riusciamo a capacitarci come, nonostante tutto questo “progresso”, la nostra società sia in incipiente decadenza, in sfacelo, e nella più totale confusione etica e morale.

Il sale ha perduto il suo sapore. Gesù disse che i Suoi figli, coloro che Lo seguono in verità essendo stati interiormente rigenerati dallo Spirito Santo, sono il sale della terra. Il sale aveva due funzioni ai tempi di Gesù. Dare sapore ed agire come conservante.

Come figli di Dio, noi dobbiamo dare sapore al mondo insipido in cui viviamo con l’amore, la santità e la grazia di Dio. Inoltre, con la stessa nostra presenza nel mondo, dobbiamo agire come conservanti.

Non so quanti di voi rammentano Sodoma e Gomorra? Dio disse che non avrebbe distrutto quelle città se si fossero trovati almeno dieci uomini giusti. Ma non ve n’erano nemmeno dieci!

Concludo questa prima parte con una semplice proposizione positiva, cioè quella che bisogna operare per un vero risveglio immediato non basato sull’emozionalismo, ma sulle verità della Parola di Dio proclamata, sulla confessione e sul ravvedimento.

Solo così la luce ed il sale cominciano ad avere il loro impatto sulla società, ogni cosa cambia perché vi è gente che smette di pensare a sé stessa e comincia a vivere per il Signore!

2.      La seconda riflessione è basata sul disagio della Chiesa per la condanna e per la morte atroce del filosofo Giordano Bruno.

In quella famosa lettera papale di Giovanni Paolo II,  precedentemente citata, inviata a Mons. Bruno Forte, anticipava un gesto senza precedenti, procedeva ad un atto di richiesta di perdono per le colpe storiche dei figli della Chiesa, scrivendo: “Un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le proprie mancanze e quelle di quanti hanno portato e portano il nome di cristiani”.

Un Papa illuminato che scrive: “la verità non si impone che in forza della verità stessa” e che essa “va testimoniata nell’assoluto rispetto della coscienza e della dignità di ciascuna persona”.

Ma in quella lettera c’è un terzo livello problematico che la lettera affronta. Ed è il rifiuto delle attuali strumentalizzazioni del rogo di Giordano Bruno, come fu per il processo a Galileo. “Questo triste episodio della storia cristiana moderna è stato talora assunto da alcune correnti culturali come spunto ed emblema di un’aspra critica nei confronti della Chiesa”.

Quel 17 febbraio ha dato a parecchi l’occasione di polemiche ed esternazioni anticattoliche. Se il Papa ha deciso di chiedere perdono per le colpe del passato ha messo nel conto le condanne e le contumelie di oggi.

Nessuna replica perciò, anche perché lo stile di dialogo inaugurato dal Concilio Vaticano II ci invita a superare ogni tentazione polemica per rileggere anche questo evento con spirito aperto alla piena verità storica.

Ci vuole anche il senso storico, la Chiesa nel caso di Giordano Bruno non si fece portatrice del Vangelo, dell’amore e del rispetto, oggi è necessario che nessuno di noi si faccia arbitro e giudice di quello che è stato il passato.

Ho sempre sostenuto che siamo tutti debitori del passato, credenti o non credenti; che è difficile giudicare il passato, forse, per giudicarlo, avremmo dovuto viverlo, ma per condannarlo non dovremmo essergli debitori di nulla.

Ricordiamoci che, in prospettiva storica, ciò che risultò più pericoloso agli occhi degli inquisitori del pensiero di Giordano Bruno fu la sua pretesa di ridare alla filosofia un ruolo paritetico, se non addirittura primario, rispetto alla teologia e che i tempi erano duri per chi intendeva ribaltare gerarchie mentali e culturali storicamente consolidate; i casi di Copernico e Galileo, sono lì a ricordarlo.  Era un mondo troppo barbaro.

Una vicenda filosofica, teologica, culturale, complessa con le inflessioni scientistiche e magistiche, che ha bisogno di essere trattata con cura e serenità.

Tratti del filosofo sostanzialmente insensibile alla questione del cristianesimo, di cui contesta esplicitamente alcune convinzioni fondamentali, proteso alla creazione di un pensiero nel quale la preoccupazione fondamentale non è certo quella religiosa.

Ritengo, importante, in questa sede, attirare la vostra attenzione su un particolare storico che richiama l’uso che di quel rogo si è fatto da ogni parte, strumentalizzandone magari la tempra anticlericale.

Ancora oggi non abbiamo una serena valutazione dei contenuti espressi dal filosofo Bruno, proprio perché non siamo sereni e acuiamo, più di ieri, gli scopi interessati da un lato, e i timori di certi rigurgiti laicisti come quelli avvenuti nel passaggio tra l’Ottocento e il Novecento.

Con serenità posso affermare che la vera «censura» è stata quella successiva, cioè sulla consistenza o meno del pensiero di Giordano Bruno.

Basti ricordare quando gli hanno calato addosso la figura di «mago», facendo diventare il «magismo» bruniano incentivo di vendita[1] e di marketing per case editrici.

Un’ultima questione vorrei trattarla con poche battute concrete.

Ø  Oggi, pare che, per trattare il caso Giordano Bruno, si debba superare una “teologia confessante” a vantaggio di una teologia del “dialogo”.

Se non si fa questa operazione, dicono alcuni teologi, «la teologia apparirà ancora figlia di quell’autoritarismo dogmatico che impone la verità più che annunciarla[2]…».

Ne dubito fortemente e ne contesto l’affermazione perché la Teologia confessionale è una teologia genuina legata essenzialmente ad una comunità, non esclusivamente mistico-spirituale ma è anche una forma organizzativa esteriore che dialoga e che interagisce.

La Chiesa di oggi, come quella di ieri, ha una sola preoccupazione basilare, cioè quella di promuovere l’unità e la libertà di vita del popolo cristiano, una nuova realtà umana e sociale che nasce e rinasce continuamente dal mistero della Resurrezione di Cristo.

Basta pensare alla Chiesa inquisitrice (!), è vero che nel corso della storia si sono commessi degli errori, assumendo atteggiamenti etici e pratici gravemente contraddittori con lo spirito evangelico, ma è anche vero che si sono fatte cose eccellenti di grande responsabilità verso tutti gli uomini, in verità e libertà, nel dialogo e nella comunione fraterna.

Concludo questa seconda parte, riaffermando che è possibile oggi studiare una vicenda tragica come quella Bruniana avendo una visione storica critica dell’inizio del XVII secolo.

Un tempo dove cominciava quel processo di costruzione di una modernità anticristiana che, da un lato, ha disgregato la tradizione cristiana dei popoli europei e dall’altro ha generato l’orribile esperienza dei totalitarismi del XIX e XX secolo che hanno portato all’esaltazione dell’uomo e del suo potere come assoluto, generando i campi di concentramento, i gulag, i genocidi, passati e presenti, e che hanno prodotto un pensiero, di cui Giordano Bruno ha una sua precisa responsabilità etica e storica, di un uomo che si sente “dio” di se stesso e del mondo.

3.      La terza e ultima riflessione riguarda l’armonia tra fede e ragione contro ogni fanatismo.

Proviamo ad immaginare per un istante, nel rapporto tra cristianesimo e Islam, la possibilità a dialogare, tra musulmani e Occidente, per ritrovare l’equilibrio di una fede non disgiunta dalla ragione.

Papa Benedetto XVI a Ratisbona ha iniziato, con un linguaggio pulito e comprensibile a tutti, un nuovo “dialogo”, abbattendo tutti i muri della separazione tra Roma e La Mecca, richiamando i musulmani a valorizzare l’importanza di una delle prime Sure del Corano nella quale si afferma: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”.

Non si può non riconoscere come sia la guerra santa quanto la jihad sono figlie del fanatismo e siano la massima espressione di un agire “contro Dio” al pari dell'”illuminismo drastico”.

Oggi non si può parlare di fanatismo senza fare riferimento all’Islam. Io, poi, da Diacono che vive un itinerario di fede con il Cammino Neocatecumenale[3], sono più che convinto delle contraddizioni dell’Islam come, per esempio, l’esortazione, attribuita a Maometto, a diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava.

“Per la dottrina musulmana – ricorda Benedetto XVI a Ratisbona – Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza”. Al contrario del cristianesimo, afferma ancora il Papa, che ha tra i suoi capisaldi il rispetto dell’uomo con massime quali: “Dio non si compiace del sangue”; “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”; “La fede è frutto dell’anima e non del corpo”.

Il dialogo tra Islam e cristianesimo, oggi, è necessario per contrastare l’opinione dominante nel mondo occidentale, secondo Papa Benedetto XVI “che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali”. “Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione – insiste Ratzinger – un attacco alle loro convinzioni più intime”.

Esiste, pertanto, la minaccia del fanatismo religioso. Il mondo di oggi conosce “le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione, le distruzioni dell’immagine di Dio a causa dell’odio e del fanatismo” (Benedetto XVI, Ratisbona, 12 settembre 2006).

Mi piace ricordare come “Non dobbiamo sprecare la nostra vita, né abusare di essa, neppure dobbiamo tenerla per noi stessi; di fronte all’ingiustizia non dobbiamo restare indifferenti, diventandone conniventi o addirittura complici”. “E’ importante dire con chiarezza in quale Dio noi crediamo e professare convinti questo volto umano di Dio”.

Benedetto XVI ha esortato ad unire ragione e fede, guardandosi, al contempo, dal rischio di assolutizzare la scienza. “Con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo – continua il Papa – anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza”.

Al contrario, aveva denunciato Ratzinger durante la messa sempre a Ratisbona, “fin dall’illuminismo, almeno una parte della scienza s’impegna con solerzia a cercare una spiegazione del mondo, in cui Dio diventi superfluo e inutile anche per la nostra vita”. Ma “ogniqualvolta poteva sembrare che ci si fosse quasi riusciti sempre di nuovo appariva evidente: i conti sull’uomo, senza Dio, non tornano, e i conti sul mondo, su tutto il vasto universo, senza di Lui non tornano”.

In conclusione, anche se oggi “i conflitti etnici e religiosi nel mondo” rendono “più difficile accogliere la singolarità del pensare cristiano di Dio e dell’umanesimo che da esso è ispirato”, gli uomini possono ancora aprirsi alla fede cristiana.

E in questo, la teologia, “in fecondo dialogo con la filosofia”, può svolgere il ruolo cruciale di “aiutare i credenti a prendere coscienza e a testimoniare che il monoteismo trinitario è la vera fonte della pace personale e universale”.

E se “il punto di partenza di ogni teologia cristiana è l’accoglienza di questa Rivelazione divina”, la teologia cattolica “è sempre stata attenta al legame tra fede e ragione”.

In questo senso, per il Papa, “una teologia veramente cattolica (…) è oggi più che mai necessaria, per rendere possibile una sinfonia delle scienze e per evitare le derive violente di una religiosità che si oppone alla ragione e di una ragione che si oppone alla religione”.

S.B.



[1]Una casa editrice ha messo in circolazione un’accurata edizione di alcune sue opere minori (per esempio, «Lampada delle trenta statue»), sotto il titolo seducente di «Opere magiche», dove si spinge sull’equivoco evidentemente per rendere il volume più appetibili a certi lettori esotericamente diretti. Laddove il riferimento al mago, in campo filosofico, esprime piuttosto l’attitudine del sapiente speculatore.

[2]Pag. 60 del volume che si intitola “Giordano Bruno. Oltre il mito e le opposte passioni” pubblicato nella Biblioteca Teologica Napoletana a cura della facoltà Teologica dell’Italia meridionale. Raccoglie gli atti di un convegno dedicato al pensatore nolano e svoltosi nell’orizzonte delle iniziative propiziate dalla purificazione della memoria in occasione dell’Anno Santo del 2000.


[3] Statuto del Cammino Neocatecumenale, Art. 1, § 1. La natura del Cammino Neocatecumenale viene definita da S.S. Giovanni Paolo II quando scrive: “Riconosco il Cammino Neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni” – § 2. Il Cammino Neocatecumenale è al servizio del Vescovo come una delle modalità di attuazione diocesana dell’iniziazione cristiana e dell’educazione permanente della fede. § 3. Il Cammino neocatecumenale, dotato di personalità giuridica pubblica, consta di un insieme di beni spirituali: il “Neocatecumenato”, o catecumenato post-battesimale; l’educazione permanente della fede; il catecumenato; il servizio della catechesi.