UN “PATTO PER LO SVILUPPO” NON SI PUO ‘REALIZZARE SOGNANDO.

Sognare non costa nulla anche se il territorio sta morendo e le famiglie non possono più vivere perché senza lavoro e senza prospettive per il futuro. Le idee presentate recentemente a Crotone dalle istituzioni regionali e provinciali non convincono e non possono creare i presupposti per un “patto per lo sviluppo”. Anche se la presenza del sindacato possa significare che c’è una volontà di riprendere la concertazione, le basi ancora non esistono e non si può pensare di costruire un “patto” solo sulla idea del recupero e restauro dell’antico patrimonio archeologico della città di Crotone e solo perché ci sono in ballo 100 milioni di euro stanziati dal Cipe con delibera n. 62 del 3 agosto 2011 nel Piano per il Sud. Ci sono stati tanti tentativi di concertazione che hanno portato al nulla, a partire dal Piano Turistico Locale al Patto Strategico comunale fino al piano per lo sviluppo della Provincia di Crotone. Tentativi falliti perché pieni di perfidia umana e intolleranza verso la meritocrazia. Tentativi falliti perché la concertazione era falsata dalla padronanza del politico di turno su chi dare la poltrona della Governance e del potere. Una concertazione camuffata da spartizione. Negli ultimi dieci anni, con molta difficoltà, il territorio si è ripetutamente confrontato con importanti quesiti di identità, posizionamento competitivo e strategie di sviluppo locale. Il risultato principale di questa azione di laboratorio di confronto è dato dal riconoscimento, condiviso da tutti gli attori istituzionali, economici e sociali, di alcuni macrotemi imprescindibili per permettere al territorio di affrontare il prossimo decennio su note di competitività e coesione sociale. Il clima di (falsa) condivisione degli scenari che si è andato consolidando negli anni, ha mostrato, tuttavia, alcune debolezze in fase di traduzione operativa di strategie e proposte: il “fermento” progettuale a livello di singoli attori si è scarsamente tradotto in vere iniziative di carattere “trasversale” e territoriale. Oggi si vuole creare una nuova (vera) fase. Come? In che modo? Con quali obiettivi? Se l’istituzione regionale, provinciale e comunale non rispondono a queste domande non si creerà nulla e l’antipolitica prenderà il sopravvento. Dal mio punto di osservazione – libero e indipendente – l’obiettivo della nuova fase è quello di ipotizzare le linee guida per il proseguimento dell’esperienza concertativa – avuta già positivamente durante il Contratto d’Area di Crotone, sul tema di un passaggio da una cultura progettuale “atomistica” ad una “trasversale”che acquisisce grande rilevanza anche operativa. Questa considerazione nasce dalla consapevolezza che è difficile immaginare un percorso di condivisione progettuale senza una “cornice di convergenza” delle azioni che i singoli attori del territorio propongono e sostengono. Poiché si rischia spesso di confondere tale cornice con i possibili strumenti di coordinamento che si possono o meno rendere necessari per una azione di Governance, occorre subito precisare che l’esperienza di programmazione negoziata degli ultimi dieci anni, in Italia, ha dimostrato che è possibile raggiungere formule di progettazione dello sviluppo locale, concentrate nel tempo e dedicate ad obiettivi prioritari, senza con ciò diminuire identità ed autonomia dei singoli attori coinvolti. Allo stesso tempo, tuttavia, ricerche recenti sull’impatto della programmazione negoziata sullo sviluppo locale hanno dimostrato che, solo attraverso azioni connotate da forte sinergia tra gli attori e forte condivisione delle priorità, è possibile aumentare il rendimento del percorso concertativo. La prima cosa che le istituzioni devono fare è creare una ampia convergenza su una serie di temi ritenuti prioritari cruciali per la definizione di un assetto competitivo e per uno sviluppo equilibrato del nostro territorio: il tema dell’energiae delle fonti alternative; il tema dei diritti di proprietà nella tecnologia; il tema delle piattaforme software aperte; il tema dei servizi digitali. Fra le primissime cose, in particolare specifico, l’Ente Provincia, rimanga o non, deve riprendere i temi affrontati e contenuti nel PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale)in particolare per quanto concerne i fabbisogni infrastrutturali del territorio e le risposte che s’intendono fornire. In seconda battuta, ulteriore tema che dovrà trovare un terreno di confronto nell’ambito del Patto è quello relativo al Polo Aeroportuale e Portuale come fattore di integrazione con gli altri nodi del trasporto aereo e marittimo a livello regionale, nel tentativo di arrivare a sinergie di progetto e di gestione. Terza battuta, come ha già fatto il Ministro della Coesione – Fabrizio Barca appena insediato nel Governo Monti, è quella di trovare momenti e luoghi, all’interno del “patto per lo sviluppo”, per verificare lo stato di avanzamento degli investimenti infrastrutturali ed adottare le necessarie azioni correttive, d’integrazione e rilancio dei progetti definiti prioritari dal Governo Nazionale con i PON, con il POR Calabria 2007-2013 e quelli del PTCP, se ci sono! Un patto, peraltro, è un’azione di non belligeranza che comporta una moderazione ed un equilibrio politico istituzionale ai massimi livelli, comprendendo e contribuendo a crescere insieme, cioè si dà qualcosa al partner e si riceve qualcosa che non si ha. Tutto questo serve per mettere a fuoco gli strumenti di coordinamento del percorso di Governance locale che sono state le falle che hanno fatto sbagliare la concertazione locale fino ad oggi. Non esiste oggi un unico modello di coordinamento e gestione dei processi, né a livello teorico, né applicato, per questo si spera, se non si sta solo sognando, prevedere il rinnovato consolidamento di un network di enti ed istituzioni già esistente evitando di replicare strutture, ricordandosi che non può esistere alcuna azione di coordinamento trasversale, senza un nucleo di coordinamento più o meno sviluppato. Per attuare il “patto per lo sviluppo” è necessario ipotizzare la costituzione di un meccanismo di coordinamento e individuare un metodo di governo del processo snello e flessibile, ma al contempo garantisca la continuità di indirizzo al percorso intrapreso. Il “patto per lo sviluppo”  dovrà reggersi su temi importanti per il futuro del territorio dando speranza a chi oggi l’ha persa perché senza lavoro, disoccupato, in cassa integrazione o in mobilità o rifiutato dalle Banche perché imprenditore insolvibile. I temi chiave del “patto per lo sviluppo”, da sviluppare insieme e con il Sindacato, sono quelli della Qualità del lavoro, della Cultura della qualità del lavoro (controllo, lotta all’irregolarità, necessità di trasparenza), il contratto di apprendistato professionalizzante con una riflessione sulle problematiche dell’orientamento, il rapporto fra il mondo universitario e quello delle imprese per quanto riguarda tirocini, stage, tesi e master, i Poli di competitività con la ricerca e il trasferimento di conoscenza e tecnologico, le infrastrutture con il sostegno ai servizi di impresa. Con il massimo di sinergia, lasciando libertà ed operatività ai singoli attori, si potrebbe ipotizzare, all’interno del “patto per lo sviluppo” una nuova stagione di servizi di Marketing del Territorio attraverso una regia unica e mediante prodotti civetta e di comunicazione. L’operatività del “patto per lo sviluppo” dovrà essere supportato al meglio per la nascita di nuove iniziative imprenditoriali, attraverso una “nuova alleanza” del credito e della finanza, per esempio tramite il trasferimento del 2% dei bilanci delle Amministrazioni Pubbliche da parte corrente in parte investimenti, destinando questo 2% all’anno alle politiche e alle azioni che vengono individuate dal patto per lo sviluppo. O, ancora con la conciliazione di operazioni straordinarie bancarie con azioni di supporto alle imprese da parte, per esempio, del sistema della Camera di Commercio, con il potenziamento della cultura di impresa e delle capacità manageriali nelle PMI locali. Concretamente e senza sognare, il “patto per lo sviluppo” si può configurare come una cornice di indirizzo delle azioni che sul territorio devono essere portate avanti sia da attori pubblici che da attori privati, alimentando spinte economiche e sociali utili al raggiungimento di nuovo lavoro e nuove imprese. Risulta chiaro che per attuare al meglio il “patto per lo sviluppo” si deve valorizzare il ruolo svolto dal Comune capoluogo,  e degli altri Comuni del territorio e dell’Amministrazione provinciale; valorizzare il ruolo svolto dai sistemi associativi rappresentati all’interno della Camera di Commercio e quelli che ruotano intorno alle Università calabresi e non; valorizzare quella che ruotano intorno al sistema bancario partendo dal coinvolgimento e sfruttando il sempre maggiore ruolo che il sistema delle banche locali giocano per lo sviluppo del territorio pur senza sottovalutare la necessità di radicamento territoriale che le banche d’interesse regionale e nazionale dimostrano. Il “patto per lo sviluppo” può diventare l’elemento che fornirà un orizzonte per le azioni di sviluppo locale da intraprendere nei prossimi anni, garantendo continuità sociale ed economica alla terra di Crotone.
Salvatore Barresi

sociologo economista