IL DONO COME VALORE E RICCHEZZA SOCIALE

Working Papers

IL DONO

COME VALORE E RICCHEZZA SOCIALE


Riflessione di
Salvatore Barresi



Seminario

ANTEAS

associazione nazionale terza età attiva per la solidarietà

Crotone, 14 settembre 2012


Premessa

1.      In un epoca dominata dal consumismo i gesti gratuiti sono un dato decisivo nello sviluppo delle società che fanno uscire dall’utilitarismo esasperato.

2.      La gente crede che il “dono” e la generosità siano inutili fronzoli, sentimenti polverosi gettati in soffitta. Questa idea viene fatta valere con un bombardamento quotidiano dal modello economico dominante, secondo il quale non solo il mercato e gli scambi moneterai ma anche l’apprendimento, il matrimonio, la fede religiosa, l’amore e l’odio, la giustizia e il delitto, sono regolati dalla logica egoistica. Ed invece, il “dono” ha un ruolo oggi come lo aveva nel passato delle società umane.

3.      Anticamente, nelle società arcaiche e primitive, la pratica di dare, prendere e ricambiare, aveva valore materiale, erano simboli della relazione sociale.

4.      Cosa resta del dono arcaico nella società di oggi? Prendiamo il caso dei donatori di sangue o di organi, fanno un dono che potenzialmente è destinato a tutti, alla famiglia, ai vicini, ai concittadini come agli stranieri. È chiaro che l’obbligo di dare rimane una regola della socialità primaria ed esprime, secondo me, un sentimento d’amore con interesse per gli altri. Anche in questo, però, c’è una forma di “egoismo altruistico”, cioè la soddisfazione del suo interesse personale massimizzando la soddisfazione degli interessi del numero maggiore di persone.

5.      Donare, ricevere, ricambiare sono dimensioni della relazione interpersonale il cui legame è riconosciuto fin dalla mitologia classica[1], nonché ripreso attraverso l’intera tradizione cristiana che per suo tramite ha colto la relazione tra il Dio rivelato in Gesù e l’uomo che si dispone alla fede in Lui.

6.      Noi siamo “dono” ma non ci doniamo. Noi non doniamo nulla perché siamo egoisti totali. Noi non ci doniamo perchè vogliamo, pretendiamo sempre qualcosa in cambio.

Prima riflessione.

7.      Il dono è una ricchezza sociale.

Il dono crea legami sociali, fonda un sistema di relazioni, crea, a sua volta, ricchezza. Lo spirito del dono è quello di creare un flusso di legami che attraversa i singoli determina un sistema sociale di prestazioni e contro-prestazioni. Il dono è impegnativo e vincolante per chi lo riceve che si trova nell’alternativa di accogliere e trasmettere con fiducia l’offerta di un legame, oppure di trasmettere per se il bene scambiato destinato a trasformarsi in un veleno mortale.

8.      Il dono è un valore.

a.       Valore di legame

Il dono come valore di legame crea una stabilità che non si esaurisce, anzi si alimenta creando degli scambi positivi che costruisce la comunità.

Cosa distingue il dono dallo scambio mercantile? La “reciprocità”.

La reciprocità è sempre radicale o esiste ed è positiva o non esiste ed è negativa e cancella la relazione.

b.      Valore umano

Il donare istituisce una relazione in vista della realizzazione del bene altrui.

Chi dona diventa inconsapevolmente un modello da seguire.

Il dono infonde la speranza a superare le scissioni ed aiuta a superare la confusione operata nel nostro tempo tra amore e giustizia.

Il dono segna anche il momento della fine della violenza del conflitto. Il passaggio dalla guerra  alla pace ed implica sempre un scambio di doni.

Il dono, grazie alla sua forza e ambivalenza, è il motore che può far tramutare il nemico in amico.

9.      L’etica del dono.  

L’etica del dono risiede non nel pagare un prezzo per ciò che si riceve, ma nel non spezzare la catena, cioè non si tratta di restituire immediatamente l’equivalente economico della cosa o prestazione ricevuta, quanto piuttosto di trovarsi all’interno di un circolo di reciprocità che ci porterà a donare a nostra volta in un secondo momento.

10.  I valori.

È difficile parlare oggi dei valori. Non appena se ne fa cenno, ci si espone al rischio o di essere fraintesi o di essere derisi. Sembra infatti molto più semplice limitarsi a dire che i valori sono in crisi e pertanto non ha alcun senso prestarvi attenzione. I valori si possono apprendere non già riflettendovi sopra, cercando di conoscerli, ma facendone il contenuto della nostra esperienza quotidiana. Poiché sono i criteri per cui ne va di mezzo il senso del nostro essere al mondo, se ne può affermare il significato e la capacità di orientare l’esistenza solo vedendoli realizzati e trasformandoli in stili di comportamento.

Seconda riflessione.

11.  Se il dono è un valore, oggi deve diventare ricchezza importante.


Il dono nella società globalizzata ha un ruolo marginale.

Perché?

– Innanzitutto, il dono è libero, non vi è nessun vincolo e nessun contratto che ci spinga a donare  o ricambiare;

– nel dono non esistono garanzie.

La lingua italiana non riesce ad esprimere adeguatamente le implicature contenute nell’atto del “donare”.

L’italiano possiede i lemmi “dono” e “regalo” e i loro rispettivi verbi, ma questi termini sono vaghi, se non addirittura contraddittori.

Se il dono è ricchezza e se noi lo riteniamo importante, quello che potrebbe sembrare un atto puramente gratuito, proprio perché non chiede niente in cambio, si rileva invece un gesto ambiguo e forse anche rischioso, perché nulla è meno gratuito del dono.

Che significa?

          Fare dono significa marcare simbolicamente la necessità sociale dello scambio.

          Il dono costruisce legami e pertanto getta le basi della società.

Differenza tra dono e carità.

          La carità non ha niente di tutto ciò essa gratifica che fa e gli mette il cuore in pace.

          È un medicamento per l’anima, un aiuto alla società ma non è un dono.

Terza riflessione.

12.  Oggi l’uomo è insicuro a causa della diffidenza verso gli estranei, gli stranieri, tutti coloro che sono “diversi”.

§  L’eterogeneità è dunque motivo di paure in quanto mina la nostra sicurezza.

§  Ci rifugiamo in noi stessi, abbiamo grande fiducia in noi e nel nostro essere autonomi e indipendenti.

§  Per questo motivo spesso rifuggiamo dal dono, perché rappresenta un pericolo.

§  Il dono impone di mettere a disposizione del tempo e delle risorse e di impegnarsi ad instaurare e a gestire legami con gli altri.

§  Può dunque spaventare per la sua caratteristica di coinvolgimento.

§  Per questo motivo siamo sempre abbastanza generosi quando ci si chiede di regalare soldi per opere caritatevoli, l’importante e che non ci si chieda di mettere in discussione il nostro modello di vita.

13.  Nella cultura odierna si tende spesso a parlare di una logica del “dono”, a proposito e a sproposito.

a.       Si usa il termine quando si fa riferimento alla solidarietà sociale, al volontariato, ma anche quando all’interno dei dibattiti bioetici.

b.      Per esempio si parla di donazione di organi, ma anche di dono per la fecondazione eterologa, o addirittura di dono dell’utero.

c.       Il termine dono rischia di usurarsi e di confondersi per esempio nel dono come regalo, ti do per ricevere nella logica dello scambio di doni.

d.      Dobbiamo recuperare, invece, la gioia del “dono gratuito” ovvero nel dono come reciprocità, ti do perché tu possa  a tua volta dare – non necessariamente a me.

e.       Se si considera che non è mai vero che uno riceve ciò che dona, ma al contrario che uno dona solo se ha fatto l’esperienza del dono, si riesce a comprendere dove sta la forza dirompente dell’autentica azione volontaria.

14.  Il volontariato autentico è dono gratuito.

          L’essere umano ha un bisogno fondamentale di vincere l’insoddisfazione e la paura dell’altro.

          Può vincere questa situazione con l’incrementare il rapporto interpersonale scoprendosi sempre più bisognoso di reciprocità.


Ma cosa genera ed alimenta la reciprocità?

Due sono le fonti principali:

(1)   il dono gratuito;

(2)   e lo scambio di equivalenti cioè il contratto.

(1)   Nella reciprocità che nasce dal dono, l’apertura all’altro – una apertura che può assumere le forme più varie, dall’aiuto materiale a quello spirituale – determina una modificazione dell’IO, che nel suo rientro verso la propria interiorità, si trova più ricco per l’incontro avvenuto.

          Quando mi dono mi arricchisco.

(2) Non così invece nella reciprocità che nasce dal contratto, il cui principio fondativo è la perfetta simmetria tra ciò che si da e ciò che si può pretendere di ottenere in cambio.

– Avere un interesse ad ottenere personalmente vantaggi.

15.  Il principio della fraternità

§  Il nocciolo del dono gratuito – se la gratuità è pensata come la cifra della condizione umana – sta nel principio della fraternità che consente, a persone che sono già in qualche senso eguali – se la solidarietà è il principio di organizzazione della società che tende a rendere eguali i diversi – di esprimere la propria diversità, di affermare cioè la propria identità.

§  È per questo che la vita fraterna è la vita che rende felici.

16.  Il Volontariato autentico è la risposta all’egoismo spudorato ponendo il dono gratuito alla base di ogni rapporto interpersonale, anche quello di natura economico che fa marciare assieme efficienza, equità e felicità pubblica.

Conclusioni

17.  All’origine di ogni dono la Bibbia insegna a riconoscere una iniziativa divina <>(Gc 1,17).

18.  Il dono senza ricambio.

          Il movimento del dono agli altri acquista una ampiezza ed una intensità mai conosciuta. <> (Mt 5,42).

          Noi ormai non ricerchiamo la reciprocità, vogliamo rimanere nel nostro habitat senza dare nulla e senza che modificano la nostra vita quotidiana – egoisti.

          <> (Mt 10,8).

          Beni materiali o doni spirituali, il cristiano è chiamato a considerare tutto come ricchezze di cui non è che l’amministratore e che gli sono affidate per il servizio degli altri. (1Pt 4,10s).

19.  Il dono di Dio.

          Il dono di Dio in Gesù Cristo ci porta ancora più lontano: Gesù <>, la sua grazia ci porta  a <>(1Gv 3,16); <> (Gv 15,13).

20.  Concludendo, in definitiva: <> (Atti 20,35).

Salvatore Barresi



[1] Seneca, De Benficiis, I, III, 3 – trinomio donare, ricevere, ricambiare – Seneca articola il volto della generosità incarnata nella tre Grazie: “obbligare, rendere, ricevere e rendere al contempo”.

LA PICCOLA COMUNITA ‘E LA SALVEZZA PER LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE. UN FATTO SOCIOLOGICO DI IMMENSA IMPORTANZA.

Il Pontificium Consilium pro Laicis ha pubblicato il Decreto di approvazione delle celebrazioni del Cammino Neocatecumenale nell’Udienza del 20 gennaio 2012 con il Santo Padre Benedetto XVI. Il Decreto, molto semplificativo, richiama già un precedente documento dell’11 maggio 2008 dove il Pontificio Consiglio per i Laici ebbe ad approvare in modo definitivo lo statuto del Cammino Neocatecumenale e il decreto del 26 dicembre 2010 che approva la pubblicazione del Direttorio Catechetico come sussidio valido e vincolante per le catechesi del Cammino Neocatecumenale. Il cardinale Stanisław Ryłko e Mons. Josef Clemens, firmatari del Decreto, hanno sottolineato come, visti gli articoli 131 e 133 § 1 e § 2 della Costituzione Apostolica “Pastor Bonus” sulla Curia Romana, il Pontificio Consiglio per i Laici, avuto il parere favorevole della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, concede l’approvazione a quelle celebrazioni contenute nel Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale che non risultano per loro natura già normate dai libri liturgici della Chiesa. Il Santo Padre, salutando Kiko Argüello, Carmen Hernández e Don Mario Pezzi, iniziatori del Cammino Neocatecumenale, li ha ringraziati della presenza e della testimonianza visibile del gioioso impegno di vivere la fede, in comunione con tutta la Chiesa e con il Successore di Pietro, e di essere coraggiosi annunciatori del Vangelo. Benedetto XVI ha rimarcato come sia importante avere l’approvazione dalla Chiesa delle celebrazioni presenti nel “Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale”, che non sono strettamente liturgiche, ma fanno parte dell’itinerario di crescita nella fede in comunione e armonia con l’intero Corpus Ecclesiae. Ricordando gli Statuti, il Papa ha richiamato tutti i membri del Cammino Neocatecumenale ad essere testimoni per favorire il riavvicinamento alla ricchezza della vita sacramentale da parte di persone che si sono allontanate dalla Chiesa, o non hanno ricevuto una formazione adeguata. Anche se i neocatecumenali possono celebrare l’Eucaristia domenicale nella piccola comunità, dopo i primi Vespri della domenica, secondo le disposizioni del Vescovo diocesano (cfr Statuti, art. 13 §2) deve essere aperta a tutti. Ogni celebrazione eucaristica è un’azione dell’unico Cristo insieme con la sua unica Chiesa e perciò essenzialmente aperta a tutti coloro che appartengono a questa sua Chiesa. Questo carattere pubblico della Santa Eucaristia si esprime nel fatto che ogni celebrazione della Santa Messa è ultimamente diretta dal Vescovo come membro del Collegio Episcopale, responsabile per una determinata Chiesa locale (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 26). Papa Ratzinger è chiaro, nonché diretto e avvisa che, anche durante il cammino, è importante non separarsi dalla comunità parrocchiale, proprio nella celebrazione dell’Eucaristia che è il vero luogo dell’unità di tutti, dove il Signore ci abbraccia nei diversi stati della nostra maturità spirituale e ci unisce nell’unico pane che ci rende un unico corpo (cfr 1Cor 10, 16s). L’iniziatore del Cammino Neocatecumenale Kiko Argüello ha manifestato la sua gratitudine al Santo Padre dichiarando che finalmente la Chiesa ha confermato il Cammino Neocatecumenale come iniziazione cristiana, nella sua dottrina, nelle liturgie e nelle tappe. L’eucarestia, ha affermato Kiko, crea e forma la comunità cristiana, la rende salda, la unisce. È sicuramente un fatto sociologico di una importanza immensa perché vuole dire che la piccola comunità è la salvezza per la Nuova Evangelizzazione. Ad oggi il Cammino neocatecumenale, iniziato nel 1964 a Madrid, è presente in oltre 1.320 diocesi di 110 paesi nei 5 continenti, con 20.000 comunità in circa 6.000 parrocchie.

http://www.news.va/it/news/siete-un-dono-dello-spirito-santo-al-nostro-tempo-

Salvatore Barresi

CROTONE, PUNTO STRATEGICO PER SVILUPPARE UN PONTE DI INIZIATIVE ECONOMICHE E IMPRENDITORIALI.

Esiste ormai una emigrazione globalizzata che rincorre la ricchezza e la felicità virtualmente promesse dalla società dei consumi. I flussi migratori e la nuova geo-politica internazionale, alla luce dello scenario nordafricano, per esempio, stanno provocando spinte auto propulsive ad abbandonare i propri Paesi a fuoruscire con una conseguenza inevitabile dell’eccessivo incremento demografico nei paesi di arrivo. L’Onu, infatti, ritiene che siano oggi circa duecento milioni le persone interessate dal flusso migratorio con l’intento di cercare lavoro, di ripararsi dalle catastrofi climatiche e di acquisire una vita migliore, in particolare, da parte delle masse indigenti mentre le cosiddette fasce medie dei paesi poveri emigrano a causa della profonda sfiducia nella possibilità di sviluppo del proprio paese o nella possibilità di viverci secondo parametri comparabili a quelli dei paesi ricchi. Alcuni dati chiariscono come da decenni la questione migratoria rappresenti uno dei temi più delicati nelle relazioni Europa-Africa. Crotone, la Calabria sta al centro della questione seppure nessuno, ritengo, abbia preso coscienza di riflettere sulla questione. 28.000 migranti africani sono sbarcati sulle coste europee fra gennaio e maggio del 2011 percependo e affrontando questo fenomeno solo come una minaccia per l’ordine pubblico che come una risorsa su cui riflettere. Aprire un dibattito e affrontare il fenomeno migratorio, con tutti i suoi risvolti e impatti economici, politici e sociali, per pensare e configurare strumenti di gestione strategica di lungo periodo, potrebbe far delineare un modo per una nuova sfida per l’Europa e per l’Africa. Ipotizzare una linea guida che nasce e parte da Crotone, punto nodale del flusso migratorio dall’Africa, per intervenire e colmare il deficit demografico in atto in Italia e in Europa. Non credo che sia una stupidaggine pensare a sviluppare un percorso di accoglienza permanente da “Villaggio Globale” per affrontare la crisi demografica con innesti di supporti migratori. Da qui al 2060 la popolazione europea sarà calata di 91 milioni con pesanti ripercussioni negative sul settore produttivo e sul welfare. Pensiamo solo al fenomeno migratorio africano con i suoi 20 milioni e più di migranti che ogni anno si spostano all’interno dell’Africa e che approdano, in gran numero, nel nostro Paese. Le migrazioni dei popoli sono una costante nella storia del genere umano. In ogni epoca processi migratori di varia natura ed entità hanno interessato tutte le aree del mondo a partire dalla preistoria fino al medioevo. Nell’età moderna e contemporanea i flussi migratori, guidati prima dal colonialismo e successivamente dagli sviluppi della rivoluzione industriale, si sono intensificati in direzione Nord-Sud del mondo e verso l’occidente. All’interno del processo di integrazione dei mercati, la migrazione si staglia quindi come una nuova forza in gioco per lo sviluppo. “Uno strumento ideale per la promozione del co-sviluppo, ossia di un miglioramento coordinato o concertato delle condizioni sociali ed economiche dei paesi di origine e di quelli di destinazione”, come sottolineato da Kofi Annan, ex segretario generale delle Nazioni unite. Seconda ipotesi potrebbe essere quella per gli Stati europei di operare insieme in ambito migratorio e di concerto con gli Stati africani per una politica di programmazione delle quote dei flussi in entrata con una gestione dei rapporti con i Paesi di origine dei flussi regolando le migrazioni verso l’Europa. Questo provoca uno scompenso socio economico di grande rilevo. C’è un impatto forte delle migrazioni sul mercato del lavoro africano con perdita di capitale umano qualificato. Si stima, dal 1990 in poi, in Africa, una perdita di 20.000 professionisti a causa delle migrazioni. A livello globale 6 dei 10 Paesi con la più alta percentuale di laureati che vivono all’estero sono africani. Questa diaspora di professionisti obbliga a cercare competenze fuori dall’Africa: ogni anno vengono assunti in Africa 100.000 professionisti espatriati con una spesa complessiva di 4 miliardi di dollari. Se pensiamo che il Nord Africa costituisce un territorio di grande importanza per l’Europa da un punto di vista economico e strategico, e se pensiamo che Crotone potrebbe essere punto strategico per sviluppare un ponte di iniziative economiche e imprenditoriali con il lancio di una operazione istituzionale di grande rilievo. Con i suoi 168 milioni di abitanti (16,6% della popolazione africana) e con un PIL complessivo di 464 Miliardi di euro (35,3% di quello dell’intero continente africano), il Nord  Africa è una occasione economica forte. L’Unione Europea è il primo investitore (40% degli investimenti) nella regione nordafricana nonché il suo primo partner commerciale. Si stima che siano oltre 6.000 le aziende europee che operano in Nord Africa (dai grandi player dei settori petrolifero e delle telecomunicazioni alle piccole e medie imprese attive nel ramo del tessile e dell’agroalimentare). Crotone potrebbe essere un nuovo attore nell’area ragionando, ad intra, accogliendo i migranti e spingerli alla residenzialità permanente, ad extra comporre un quadro di investimenti esteri nella regione del nord Africa sfruttando i 1,4 Mld $ per il 2011-2013 stanziati dall’Unione Europea previsti come prestiti preventivando un potenziamento progressivo del supporto alle imprese nella regione. Affrontare il problema delle migrazioni – partendo da Crotone – con un percorso ad intra e ad extra,  pensando ai 14 milioni di italiani che dal 1876 fino al 1918 partirono in cerca di fortuna, e pensare che, dalla fine degli anni ’70, l’Italia ha conosciuto un’inversione di tendenza e ha scalato la graduatoria dei paesi più interessati dall’immigrazione, con più di 200 nazionalità presenti e tre comunità prevalenti, potrebbe invertire lo sviluppo dell’economia locale. Il Nord Africa è terreno fertile per gli investimenti a favore delle Rinnovabili. Penso solo alla regione dei paesi cosiddetti Mediterranean Partner Countries (MPC), tra cui figurano anche Egitto, Israele e Giordania, che dispongono attualmente di una capacità elettrica installata pari a 61.8 GW; di questi, il 12% proviene da fonti energetiche rinnovabili di cui l’idroelettrico ne costituisce il 90%, seguito dall’eolico con un 9.6% e dal solare con solo lo 0.4%. Negli ultimi anni, i paesi del Nord Africa hanno sviluppato diversi schemi istituzionali per la promozione delle fonti energetiche rinnovabili. Tuttavia, il sistema di incentivazione è ancora molto debole: le tariffe di tipo feed-in sono praticamente assenti e nella maggior parte dei paesi è in vigore solo un sistema di esenzione fiscale. Se nel Nord Africa ha investito la Lega Nord perché non possiamo farlo noi che siamo vicinori e disponibili? Forse dovremmo fare una riflessione seria.

Salvatore Barresi

UN PATTO TRA GENERAZIONI PER IL PROGRESSO E LO SVILUPPO

I giovani di oggi non servono a nulla. Frasi fatte di questa natura ne sentiamo quotidianamente da tutti, anche se poi, tutti, invidiano il giovane e la sua vitalità. Una frase di Picasso rimasta emblematica recita: “Ci vogliono molti anni per diventare giovani”. Attaccati da ogni parte, i giovani custodiscono il DNA della vita e se li guardi, se li ascolti li ami perché sono creativi e tutti pensiamo come si diventa giovani, per prima cosa, guardandoli vivere nelle loro mode più esteriori, ma soprattutto scrutando il loro animo, le loro aspirazioni, le loro paure, i loro ideali. È chiaro che per aiutarli a diventare giovani – e noi adulti tornare ad esserlo – bisogna riappropriarsi del valore della persona. Difficile fermarsi e chiedersi se e quanto valiamo, non abbiamo mai tempo per i giovani; si sentono lontani dalla società, dalla politica dalle istituzioni. Mettere la persona al centro significa darsi del tempo e trovare guide oneste che aiutino ognuno ad essere se stesso e poi ad agire. Perché è difficile, in questa terra abbandonata e desolata, pensare a dedicare più tempo ai giovani con l’aiuto di maestri saggi indispensabili per ricomporre una identità perduta e uno sviluppo integrale dell’uomo nel suo habitat locale? Crotone non vive più relazioni sociali fondanti, ma relazioni superficiali e spontanee senza una dimensione naturale e soprannaturale della socialità e con scarse qualità naturali dell’essere umano (per esempio, il linguaggio), bassa formazione e pratica per una loro corretta realizzazione. Crotone non deve limitarsi ad una socialità basata sugli aspetti politici e scambi materiali; sono ancora più importanti le relazioni basate sugli aspetti più propriamente umani: anche per ciò che riguarda l’ambito sociale si deve mettere in primo piano gli elementi spirituali. Edificare una nuova società crotonese degna della persona consiste nella crescita interiore partendo dai giovani. Rimettere la persona al centro di ogni cura: recuperare la propria storia, riannodare i fili spezzati di un passato magari difficile, riscoprire la preziosità di essere ciò che si è, conoscere le proprie attitudini per valorizzarle. La crisi della politica locale è realtà con cui tutti i cittadini crotonesi sono chiamati a confrontarsi. I partiti non svolgono più il ruolo di catalizzatori delle grandi spinte ideali come negli anni passati. All’orizzonte non si intravedono forze che possano promuovere il bene comune mediante progetti di largo respiro. Queste difficoltà si acuiscono a livello sempre più: gli amministratori locali sono chiamati a inventare giorno per giorno una nuova politica, in molti casi senza avere solidi punti di riferimento. In questo contesto, è evidente che la formazione deve tornare ad assumere un ruolo centrale, seppure in forme nuove e in grado di rispondere alle sfide poste da scenari socio-economici in continuo divenire. È chiaro che non ci si forma da soli e non ci si forma solo per se stessi, un gruppo di riferimento con uno scopo condiviso da tutti è fondamentale per non essere inghiottiti dal niente. Senza modelli, senza persone che ci circondino di calore, di amicizia, di idee, di progetti per cui valga la pena spendersi, non si può crescere. Tutti abbiamo bisogno di sentirci attesi, cercati; di ricercare con altri il senso della vita, le motivazioni di un impegno; di recuperare il coraggio di andare avanti e di scendere più in profondità. I giovani hanno bisogno di essere spronati positivamente per non smettere di credere che si può sempre cambiare qualcosa di noi, della società, del mondo, per non smettere di prepararci, di formarci, di affrontare le difficoltà del tempo che viviamo. Sento che sia giunta l’ora di non ricattare più i giovani e dare loro la giusta dimensione, riappropriarsi del tempo presente e progettare il futuro. Ogni persona è proiettata verso un futuro che prepara e costruisce giorno dopo giorno; si resta persone se non si smette di vivere una dimensione di speranza per il domani fatta di sogni e insieme di concretezza, di ricerca e insieme di nuove scoperte, per ridisegnare il mondo iniziando dallo spazio sotto casa propria. C’è però un ostacolo che si frappone tra i giovani, il progresso e la società, una pesante eredità lasciata dagli adulti: l’avidità sfrenata del consumismo, l’indifferenza, la corsa alla ricchezza. Bisogna avere il coraggio, come adulti, a fare autocritica e, come giovani, saper discernere e raccogliere l’eredità buona del passato evitando gli errori delle precedenti generazioni. Gli adulti e i giovani, solo riconciliandosi tra generazioni, possono creare un “patto” e disegnare un itinerario di progresso e sviluppo, recuperando il senso di essere inseriti nella storia prendendo il buono del passato che diventa il presente su cui si poggia per trovare slancio verso il futuro fatto di nuovo lavoro per i giovani crotonesi. Purtroppo, nella Città di Crotone, si è creata una frattura tra il denaro, il suo uso, l’avidità di profitti senza limiti e il lavoro. Tutte le soluzioni prospettate alla possibile uscita dalla crisi, non a caso, convergono sull’avidità di profitti, accentuando ancora di più la frattura tra denaro e lavoro, e sui suoi derivati sociali – pensioni, sanità, scuola. Tutto ciò ha prodotto e sta producendo flessibilità esasperate, precarizzazioni selvagge, libertà di licenziare. Non è questa la nuova civiltà economica dello sviluppo che volevamo. Bisogna iniziare una nuova stagione di sviluppo sostenibile. Questo è possibile solo se diamo fiducia alla nostra comunità e ottenere che la nostra società si impegni unita verso questo obiettivo con una nuova classe dirigente. Questo servirà ai cittadini, alle imprese e ai lavoratori. Cosa sarà importante per iniziare questo tempo nuovo? Tutti, proprio tutti, dovranno sforzarsi di riannodare il filo che lega economia e società, vita delle imprese e vita dei cittadini, perché questo filo, in questi anni difficili, in questi giorni difficili, si è spezzato. Un impegno disinteressato da personalismi per rendere più forte e più visibile il legame tra la crescita della ricchezza e la sua diffusione e ridistribuzione nella società. Il nostro impegno è correggere la percezione che le crisi siano di tutti ma i profitti solo di pochi. È ritornata l’ora, come già fatto in altri periodi, di mettere sempre più il lavoro ed i lavoratori al centro delle politiche per lo sviluppo locale. È importante prendere coscienza che il lavoro non è solo un mezzo, ma assume un valore più grande, di fondamento morale del benessere individuale, e di grande ed unica vera opportunità di emancipazione e di libertà per i cittadini, soprattutto per quelli che partono in condizioni di svantaggio. L’impegno di chi governa è quello di affrontare lo sviluppo dell’economia locale come questione politica, non come questione tecnica.  Si deve far ricondurre, con urgenza, le forze di governo il dibattito sul vero terreno di discussione: quale sviluppo economico del territorio si vuole perseguire, quali interessi si vogliono privilegiare, quali gruppi sociali si vogliono aiutare. Finalizzare la crescita economica alla equa diffusione sociale della ricchezza e non alla massimizzazione della ricchezza individuale è l’impegno di questo nuova era di politica economica territoriale con una evidenza verso la tutela dell’ambiente naturale e della salute di tutti, limite invalicabile che non può essere scavalcato da nessun progetto imprenditoriale. In ogni progetto, in ogni iniziativa, che partirà da oggi in avanti, deve esserci, e deve essere chiaramente visibile, l’obiettivo di creare nuove opportunità di lavoro stabile e di qualità adatte al mondo di oggi e quello di domani, per consentire ai cittadini, specie a quelli più giovani, la libertà di decidere di lavorare nella propria provincia e città. Non è vero che manca il lavoro. E’ una eresia, è una ipocrisia dire che non c’è lavoro. Nostro Signore non ci ha lasciato senza lavoro: basta pensare, ad esempio, alla indispensabile e indifferibile messa in sicurezza del territorio crotonese, alla necessità di intervenire sullo sviluppo specializzato della portualità, sul potenziamento della filiera agro-alimentare, sull’arricchimento dell’offerta turistica, e infine, ritornare a pensare alla reindustrializzazione. A tutto questo è possibile associare un obiettivo trasversale cioè quello dell’incremento della capacità di innovazione e di creatività del nostro sistema economico. Anche se c’è un buio fitto che imprigiona questi slanci, il buio del sottosviluppo e della fame da un lato; il buio del non senso, della paura di vivere, dello sballo dall’altro, c’è una speranza forte, proveniente dagli ambienti cristiani, che credono che questo mondo si può cambiare, che crede nella responsabilità personale a mettersi in gioco.

Salvatore Barresi

IL CRISTIANO DEVE VIVERE LA CRISI NELLA LIBERTÀ

La “crisi”, in questo frangente di vita non può essere estranea alla religione, una situazione difficile ma non impossibile che coinvolge tutti, che fa soffrire tanti e che sconcerta i credenti. Anche se gli aspetti della crisi sono molteplici e non interpretabili non si può non ammettere che tanti torti sono da attribuire ai tanti maestri cristiani che, superficialmente, non riconoscono gli effetti materiali della crisi, né assumono i doveri di fronte alla crisi. L’atteggiamento del cristiano, che prevale in maniera predominante, è quello di occuparsi della crisi solo quando si è colpiti personalmente e solo quando non si hanno più le certezze del vivere come per esempio la mancanza di lavoro e di stipendio o quando ci si trova nella esistenza minimale di indigenza. Per il cristiano solo in questi casi esiste la crisi; se non è colpito personalmente passa avanti ed evita tutte le conseguenze quasi a demonizzare chi vive nella difficoltà senza riconoscerlo come fratello nella fede con raccapricciante indifferenza. Un tratto di egoismo che fa perdere di vista la fede, la comunione e la fratellanza. Il secondo atteggiamento del cristiano è quello di non occuparci della crisi religiosamente, ossia di non sentire le influenze disastrose che la crisi porta nel mondo religioso. Papa Benedetto XVI dalla sua alta responsabilità ha richiamato più volte i cristiani a vivere la crisi nella libertà, “adottando” famiglie povere che stanno attraversando momenti dolorosi per la sopravvivenza. Addirittura dal tratto egoistico si passa all’indifferenza totale, escludendo e annullando l’altro senza pietà: sto bene io e non mi interessa degli altri! Non esiste più una visuale cristiana della solidarietà perché incapaci di reagire religiosamente. C’è una tendenza, da parte di alcuni, di chiedersi se la crisi faccia bene religiosamente. In effetti, sempre per alcuni gruppi, movimenti e cammini cristiani, la sofferenza della crisi viene considerata come la strada regia per arrivare al cielo, questa crisi tremenda avvicinerà ancor di più a Dio. Il giudizio è forte, tendente alla paranoia; una opinione disgraziata di molti cristiani, i quali credono che il soffrire chiami di più la Provvidenza. Ma è vero? L’esperienza del popolo di Dio, credenti e non, ci dimostra che quando si stava bene non c’era un distacco dai sacramenti, né un allontanamento dal povero, dal sofferente che incarnava e incarna Cristo, né c’era una lontananza dalla Chiesa. È il contrario, nella difficoltà, nella sofferenza della crisi la gente non è più libera e non ama più la Provvidenza, ma ama di più l’uomo potente che può dare la certezza temporanea. La gente nella sofferenza, al contrario, si chiude di più al senso della Provvidenza, bestemmia contro di essa molto di più. Ed proprio ora che bisogna occuparsi religiosamente della crisi per valutare tutte le influenze che nella pratica della religione può avere un disagio materiale. Potrebbe, in questo, esserci una tendenza minimale, cioè quella di occuparsi della crisi solo socialmente. Ed è un po’ ciò che sta accadendo, specialmente nelle regioni ecclesiastiche meridionali, un pò meno in quelle centrali e settentrionali. È vero che senza il pane, senza il lavoro, senza sviluppo non si vive, ma è anche vero che il pane, il lavoro e lo sviluppo sono doni di Dio. È importante parlare della crisi in senso sociale, ma aggiungendo soprattutto il senso cattolico. Perché? Perché non si può vivere la vita cattolica intera se non in funzione sociale. Se il popolo di Dio vive una fede personale interiore chiusa non aperta agli altri, senza donarsi non in funzione degli altri, opprimendo la gratuità del gesto, della solidarietà non c’è rispondenza nella società. Il cristiano ha l’obbligo e il dovere di donarsi all’altro, si deve occupare dell’altro perché la strada del Paradiso passa per le anime degli altri. Il cristiano si deve occupare dell’altro nella crisi, in particolare verso le vittime più innocenti e dove si manifestano gli aspetti più dolorosi.  Fra i tanti atteggiamenti del cristiano quello più rappresentativo è avere giudizi semplicisti sulla crisi. È un aspetto che fa inorridire e fa allontanare i tanti che vivono sulla “soglia”. In questo tempo di crisi, tra i cristiani, c’è una affermazione che prevale in maniera predominante: “Il Signore ci ha messo al mondo per soffrire”. Non può essere e non deve essere un’affermazione cristiana. Dio ci ha messo al mondo per godere di tutto ciò che innalza l’amore, mettendoci nel cuore il bisogno insopprimibile di star bene, di felicità spirituale e corporale, concretizzato in tutti i suoi doni materiali, quale aiuto e apporto al nostro benessere. La terra, la natura, la fecondità, i frutti del lavoro, l’innovazione, i traguardi della scienza sono un aiuto dell’amore di Dio al nostro bene materiale che non si contrappone e non è proprio contrario al fattore del nostro benessere spirituale. C’è in questa crisi la tendenza del cristiano a soggiacere nello scoraggiamento e non credere nella speranza, senza pensare che quando si è malati non si ha stessa facilità di compiere il bene di quando si è sani. Quando si è sani, si serve meglio il Signore. Far soffrire virtuosamente quelli che soffrono è diverso che parlare di soffrire quando si sta bene: parlare di sofferenza quando non si soffre è facile. Nella vita il pane ha la sua importanza; dicendo il pane significa la soddisfazione di tutti i bisogni materiali della vita. Domandare il pane a Dio per ogni giorno significa valorizzare il pane e se si dimentica l’importanza del pane arriviamo a non capire bene, a non trattare bene i fratelli, non ci regoliamo nel giudicarli quando li consideriamo nei bisogni materiali. È tempo di contraddire tutti i cristiani che credono che le sofferenze intime siano le più forti e difficili a superarsi, e quasi le desiderabili. È tempo di invitare i cristiani ha mettere al primo posto le sofferenze materiali insieme alle sofferenze interiori. Basti pensare ai genitori che all’ora dei pasti non hanno cibo per i figli, o che non possono curare il figlio malato. Basti pensare ad un padre che ha l’incertezza del domani, che è senza lavoro né [ha] pane per i suoi figli. Trovarsi in una realtà difficile come questa pone un interrogativo: le sofferenze materiali vengono prima di quelle spirituali? In contesti del genere le sofferenze materiali precedono le spirituali,  i bisogni materiali hanno una voce precedente a quella dello spirito.  Chi ha fame spesso non ha voglia di pregare e ci si dimentica di essere uomini. Altro aspetto è quello di dire facilmente che la crisi è un castigo di Dio. La cautela nel parlare della crisi come d’un castigo divino non è mai troppa. Il Signore per chi ha fede si serve di tutto per richiamarci su strade che abbiamo dimenticato, ma attenzione a non diventare moralisti e giudicare gli altri peccatori. Certi fenomeni si devono interpretare religiosamente riconoscendo in primis le proprie colpe e la responsabilità  delle cause di certi avvenimenti. D’altro canto c’è, nel cristiano che vive la crisi, una falsa ipocrisia nel credere che nella miseria si possa essere anche moralmente più a posto. Partendo dall’inciso che la ricchezza è una tentazione ed è cattiva perché è una tentazione, si deve tener conto che la miseria è più d’una tentazione: è tentazione e occasione. A questo si aggiunge la mancanza di audacia del cristiano: c’è la paura dello sconcerto che la crisi porta ad impoverire e blocca l’intrapresa dimenticando che il Signore assiste la sua Chiesa e ciò che alla Chiesa è legato: l’umanità, tesoro della Chiesa. Bisogna essere vivi e liberi perché viviamo in un’epoca che non solo nelle parole, ma nei fatti, è rivoluzionaria.  Crollano tutte le cose che credevamo indispensabili, questo ci fa spaventare nel cuore e nella testa. Tutto ciò che crolla è perché non può stare in piedi, e se precipita, pur sconvolgendo le nostre abitudini mentali, non deve spaventarci. Il cristiano è chiamato a fare la volontà di Dio anche in quegli avvenimenti che sconcertano il nostro modo di vedere. Il cristiano è chiamato a staccarsi da ciò che credeva e invece non è durevole, staccandosi da quei concetti d’ordine di cui siamo predicatori. Il cristiano, infine, deve occuparsi degli effetti materiali della crisi. Tutto ne risente. C’è, persiste una mancanza di respiro, respiriamo spiritualmente a fatica. Si va a lavoro con mille preoccupazioni provocando un basso rendimento e attivando un sentimento negativo verso l’altro. Per esempio, la diminuzione del lavoro provoca un contendere esasperato fino al punto di denigrare le persone per poter sorpassarle. Oppure, basti pensare come sia facile la tentazione nel momento del bisogno. Quando tutto sembra che sia crollato e si è storditi dal bisogno, pensando che non valga più la pena di tenere fermo ciò che va tenuto fermo anche nel nostro campo morale, si passa a “Mors tua vita mea”, tradotta letteralmente, significa la tua morte è la mia vita. Se è stata soppressa la lotta di classe, oggi c’è quella per la vita e se è brutta la lotta per il guadagno, ancora più brutta e spaventosa è la lotta per il vivere. Il cristiano ha un dovere quello di guardare in faccia la crisi, di non chiudere gli occhi alla realtà, di essere generosi di sincerità e d’intelligenza su ciò che ci sta davanti. Il cristiano che non vede, che non capisce il proprio momento, il cuore del fratello, non sarà mai né un cristiano fratello, né un cristiano apostolo.
Salvatore Barresi

PER UN PERDONO SENZA equivoci

Era il 9 ottobre del 1992 quando, nel giorno dedicato a San Dionigi, patrono di Crotone, comincia in tutta la diocesi la distribuzione della lettera pastorale di monsignor Giuseppe Agostino, classe 1928, allora Arcivescovo di Crotone – S. Severina, Presidente dei Vescovi calabresi e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Una Lettera Pastorale dal titolo: “I sacramenti negati ai mafiosi” che aveva e che ha un forte insegnamento a combattere la mafia, in particolare la ‘ndrangheta. Mons. Agostino, dal suo pulpito, con quella Lettera pastorale ammonisce tutti spiegando che se <>.  La Chiesa, quindi, chiude le porte ai mafiosi. Fece scalpore questo monito di Mons. Agostino come oggi sta facendo scalpore le parole di Mons. Morosini, Vescovo di Locri e dell’Arcivescovo di Cosenza Mons. Nunnari. Tutto ruota intorno al perdono. Molta gente pensa che il perdono è un sentimento, quando in verità, è un atto di volontà. Per questo molti dicono di non poter perdonare, perché sentono l’offesa ricevuta ancora presente nel cuore. Perdonare non significa pronunciare la parola magica del perdono  e magari aspettarsi un effetto istantaneo, anch’esso magico. Può essere facile pronunciare la parola perdono, ma ha poco valore se non c’è il cuore, se non è coinvolta tutta la persona. L’atto della volontà è necessario (come diceva sant’Agostino) ma non è sufficiente. Il perdono ha due tappe: la prima, e forse la più importante, è il cambio di condotta davanti a chi ci ha offesi. Ma il perdono dipende da un’azione umana o da un’azione divina? Entrambe sono indispensabili ed ognuna apporta il proprio contributo. È chiaro che, nel perdonare, è indispensabile la risorsa dell’intelligenza, il cuore, la sensibilità, il buonsenso, altrimenti risulta un perdono artificioso. Ciò richiede una generosità tale che ci si deve rimettere a un’istanza superiore, a un Altro, a Dio per poterlo realizzare. La cosa naturale, ma certamente non cristiana, è il lasciarsi condurre e guidare dai sentimenti di vendetta e di disprezzo. Ricordando, ancora una volta, la Lettera Pastorale di Mons. Agostino del ’92, si può notare che, all’epoca come oggi, si deve scuotere le coscienze dei fedeli. Colpisce come mons. Agostino precisa nelle sanzioni ai mafiosi: “Tali soggetti non siano ammessi ai sacramenti dell’ Eucaristia e del Matrimonio, se non sono interiormente pentiti. Dovranno manifestare cio’ nella richiesta sincera dei sacramenti e nell’ accettazione di una particolare preparazione; non siano ammessi a fare da padrini, a far parte di comitati di feste o a compiere gesti impegnativi nella vita della chiesa”. È chiaro che perdonare non significa dimenticare il torto subito. Spesso sentiamo dire: «Va bene, dimentichiamo, voltiamo pagina, perdoniamoci… ». In questo caso non si avrebbe niente da perdonare. Esercitare il perdono esige invece una buona memoria e una coscienza lucida dell’offesa. Anzi, alcuni suggeriscono di ricordare, anche dettagliatamente, il torto ricevuto per poterci liberare delle ferite che esso può aver provocato. In effetti, se si giunge a perdonare un’offesa ciò significa che il suo ricordo non ci causa più sofferenza ma sarà un ricordo come un altro che contribuirà ad acquistare maggiore saggezza. Il perdono non è dimenticare le colpe del passato, ma un dilatarsi del cuore in uno scambio di vita. Mi piace ricordare che, sempre in quella famosa Lettera pastorale, l’autorevole Vescovo Giuseppe Agostino scrisse: “Non si tratta di creare eroi singoli ma di maturare una coscienza nuova comunitaria onde non sia la paura di molti ad incoraggiare il sopruso di pochi, ma, al contrario, la forza di tutti ad emarginare la presunzione di alcuni. In fondo la mafia si afferma nella nostra debolezza. Superare l’omertà e uscire da quel demone che si esprime nel detto: mi faccio i fatti miei”. Al contrario, Gesù ci dice di porgere ed offrire l’altra guancia ovvero di rompere la spirale della violenza. Tipico del cristiano, anche se costa tanto sforzo, è mantenere con la persona che ci ha offesi una attitudine cordiale. Questa condotta ci porterà ad un secondo momento, quello del perdono, la sanazione della offesa in modo da non sentire più dolore nell’animo. Il perdono non è opera nostra, ma di Dio e del tempo. La cosa che fa più riflettere, in questi giorni di riflessione sul perdono ai mafiosi, e che quando l’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, ha pubblicato la lettera pastorale dedicata ai problemi della mafia, dell’allora arcivescovo di Crotone Giuseppe Agostino, lo ha definito un documento deciso e coraggioso, che punta però non solo a condannare – ‘la chiesa punisca i mafiosi’ –  ma anche a redimere, a lanciare cioè una ciambella di salvataggio per quei mafiosi che, “sinceramente pentiti”, cambiano radicalmente stile di vita, secondo gli insegnamenti cristiani. La mafia, ammonisce la lettera pastorale, non si vince con sterili “crociate” o con vuoti “proclami”, ma con la trasformazione delle coscienze e dei cuori; in poche parole “con la conversione”. Ecco perchè, ragiona il vescovo, è tempo che la Chiesa si liberi delle “vecchie rughe” in materia di evangelizzazione e la gente, con l’ aiuto delle autorità, debelli definitivamente il tarlo dell’omertà. È chiaro che per un credente risuona nel cuore la Parola del Vangelo di Gesù che dice: “Sapete che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,38-41). Per questo perdonare non significa abdicare ai propri diritti.

Salvatore Barresi

CROTONE: UNA CITTA ‘FANTASMA

I dati locali sull’occupazione sono allarmanti. L’andamento dell’occupazione nel 2012 vede un rallentamento della domanda di lavoro con un incremento massiccio delle ore di cassa integrazione richieste dalle imprese locali. Il rallentamento della domanda di lavoro delle imprese locali è l’altro dato impressionante che sta marcando l’intera economia provinciale. La percentuale delle aziende, quelle poche che sono ancora in vita, che prevedevano nuove assunzioni entro l’anno è bassissima. Cresce in modo evidente la disoccupazione tra i laureati crotonesi che si accontenta di vivere a stenti e nelle famiglie di provenienza. I dati che circolano sulla città di Crotone e la sua provincia indicano un impoverimento progressivo delle famiglie, baluardo più forte contro la miseria economica. In questo canestro di povertà assoluta e nell’ampia fetta dei poveri dei nostri giorni quello più colpito localmente è il “lavoratore povero”, inquadrato sotto la definizione di woorking poor, che lavora saltuariamente, quello sottopagato collocato ai margini nel mercato del lavoro. Una città fantasma dove i sindacati e la politica ammiccano, e il potere economico e quello istituzionale fanno l’amore per interessi non collettivi. Ma cosa è avvenuto e cosa sta avvenendo a Crotone, sotto i colpi della crisi, nella parte più povera, debole, della città? L’incidenza della povertà relativa nella realtà di Crotone (24,6%), verificando l’andamento della spesa media procapite, è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al Mezzogiorno (23%) e alla media italiana (11%). Questa situazione paradossale è dovuta al risparmio delle famiglie crotonesi, da un lato, che hanno temporaneamente attinto ai risparmi per mantenere lo stesso livello dei consumi, senza far fronte a spese impreviste. Dall’altro, si è completamente ridotta la propensione al risparmio negli ultimi due anni modificando la composizione sociale della povertà. Il peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie crotonesi, in linea con tutto il Mezzogiorno, è davvero impressionante: in soli due anni, tra il 2009 e il 2011, l’incidenza della povertà delle famiglie con tre e più figli minori è passata dal 37 al 50,6%: un balzo di oltre dieci punti percentuali. Nelle famiglie crotonesi “con membri aggregati” (coppie o genitori soli che vivono sotto lo stesso tetto con figli e nipotini, o con fratelli e genitori anziani) il rischio di povertà è incombente: l’incidenza della povertà passa dal 33 al 42,6%: un aumento di dieci punti percentuali in soli due anni. Persiste ancora, grazie a Dio, nella realtà crotonese la caratterizzazione familiare, la trasmissione intergenerazionale, seppur è evidente una diffusione di forme di povertà grave, anche di tipo alimentare, che farebbe pensare a condizioni simili a quelle già sperimentate nel dopoguerra. L’aggravamento dei dati sulla povertà locale non è solo un riflesso della crisi economica, ma anche delle scelte di politica economica e sociale e in particolare dei tagli lineari della spesa pubblica, ma soprattutto dalla mancanza di programmazione e progettazione sociale da parte della classe dirigente locale. Se guardiamo i dati basterebbe vedere che localmente, la città e la provincia, non hanno, tra il 2008 e il 2011, saputo sfruttare i benefici dei finanziamenti messi a disposizione dal Fondo nazionale delle politiche sociali, dal Fondo per le politiche per la famiglia, dal Fondo per le politiche giovanili e dal Fondo sociale per gli affitti, e niente dal Fondo per la non autosufficienza e dal Fondo nazionale per l’infanzia (il cosiddetto Piano nidi) che oggi sono stati del tutto azzerati dal Governo nazionale. Mentre i Comuni del Centro-Nord finanziano le politiche sociali in larga parte con risorse proprie, il sistema locale di welfare dipende in misura maggiore dai trasferimenti statali e regionali e se non sono state sfruttate sono opportunità mancate. Una classe dirigente perdente, incapace di sfruttare tutte le opportunità messe in campo negli ultimi dieci anni. Una classe dirigente che ha portato Crotone a diventare una “città fantasma”. Non c’è più niente a cui aggrapparsi. Nessuno parla più di sviluppo. Nessuno per paura non formula più ricette per il futuro. È chiaro che in una città fantasma vivono fantasmi che non reagiscono a nulla. Nessuno parla più di crescita, finanza e infrastrutture che sono le parole-chiave del contesto socio-economico attuale. Nessuno più nella città di Pitagora riesce a illustrare l’intimo legame fra queste tre parole chiave che possono sviluppare politiche locali in grado di liberare la crescita attraverso lo sviluppo delle infrastrutture. Nessuno più nella città delle grandi industrie della Calabria riesce ad illustrare le opportunità che, a tale scopo, possono essere offerte dalle istituzioni finanziarie. Nessuno più nella città di Milone e Alcmeone si confronta sui molti problemi e sulle sfide del nostro tempo. Nessuno più nella città ricca di metano e altro crede che sia urgente far crescere il grado di fiducia reciproca, senza la quale il mercato stesso non può pienamente espletare la propria funzione economica. Nessuno più nella città più povera della Calabria e dell’Italia riesce a tracciare una via istituzionale della carità di fronte alle sfide della globalizzazione plurale e poliarchica. Nessuno più nella città di mare e montagna, legati in maniera indissolubile, pensa ad una nuova cultura economica in grado di liberare energie e risorse per la crescita, di superare le resistenze degli interessi corporativi, le aree di privilegio e di rendita, e di saper creare nel contempo stabili condizioni per quel benessere diffuso, di cui devono beneficiare anche coloro che fino ad oggi ne restano esclusi. Nessuno più nella città di Crotone, baluardo dell’economia regionale per un intero cinquantennio, intende discutere a nuove forme tese a valorizzare il capitale umano e sociale, a promuovere il talento, l’iniziativa individuale e collettiva, la capacità e la voglia di intraprendere, di sperimentare, di innovare, di competere, e di assumerne il ragionevole rischio. Una città fantasma, fredda e cinica che evita la discussione sulla opportunità di conciliare competizione, flessibilità, dinamismo e innovazione, con la salvaguardia di alti livelli di solidarietà e di coesione sociale, di tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini, di qualità della vita, di sostenibilità ambientale e di qualità dei servizi sociali. Una città persa che dovrebbe pensare alla speranza di tutti e non all’egoismo personale che sta arricchendo pochi e impoverendo tanti.
Salvatore Barresi

I 12 VESCOVI DELLA CALABRIA TUONANO CONTRO LA POLITICA CON UNA NOTA SU “L’IMPORTANZA DELLA SOLIDARIETA’”

I Vescovi delle Chiese di Calabria, preoccupati per il presente e per il futuro di questa nostra amata terra, lanciano un grido di allarme e una serie di proposte sulla responsabilità di operare al rafforzamento della coesione sociale, sulla promozione all’elaborazione di progetti condivisi, atti a garantire un sistema di strutture e di interventi, ispirati alla solidarietà al fine di un sostegno concreto non solo alla qualità della vita di tutti, ma soprattutto alla tutela e alla promozione delle persone più fragili e delle famiglie più povere. I 12 Vescovi sono convinti che, e lo scrivono in una <<Nota sulle politiche sociali in Calabria>> dal titolo “L’importanza della solidarietà”, la soluzione al problema della crisi la si può trovare solo con una chiara presa di coscienza, personale e comunitaria, partecipando alla vita pubblica per promuovere il riconoscimento dei diritti, di tutti e di ciascuno e l’impegno a compiere fino in fondo i propri doveri. Dalle loro postazioni diocesane, i Vescovi della Conferenza Episcopale Calabra, sono assolutamente convinti che la risposta ai vecchi e ai nuovi bisogni o la si costruisce insieme o non ci sarà, e, diretti e decisi, richiamano il popolo cattolico a prendere in mano la propria vita affrontando la crisi, che – attraversando tutti i paesi del mondo – trafigge acutamente questa nostra terra e le risorse che la Calabria possiede. Una <> che richiama i cattolici calabresi ad assumere una responsabilità diretta, un  documento guida, non tanto per denunciare l’inadeguatezza delle politiche sociali rispetto alle crescenti povertà della Regione Calabria, quanto piuttosto un’analisi delle fragilità del sistema calabrese di assistenza alle persone e alle comunità, al fine di promuovere un modo nuovo di confrontarsi tra i vari attori e responsabili dello sviluppo del comparto sociale, sia pubblici sia privati, che conduca, in modo condiviso, concreto e creativo, a una promozione ed a una organizzazione efficace della solidarietà. Nella Nota “L’importanza della solidarietà” i Prelati riferendosi a tutti, in particolare il popolo di Dio, senza infingimenti, sottolineano che la Calabria, già appesantita dalle sue storiche difficoltà, avverte in maniera acuta le conseguenze di questa crisi globale, che finisce con l’estendere sensibilmente la povertà e il disagio sociale con una disoccupazione giovanile al 40% circa; i costi sempre più elevati della politica, che spreca risorse, che sarebbero invece indispensabili per la crescita; l’ormai sempre più frequente emergere, non solo di una gestione impropria dei Fondi europei, ma anche di collusioni di parte del mondo politico, nonché di dirigenti pubblici e di aziende private, con pezzi deviati della società; l’infittirsi del fenomeno dell’usura, favorito anche dai ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione; il peso sociale ed economico che i gruppi mafiosi impongono sotto molteplici forme; la burocrazia, che dilata in modo ormai inaccettabile i tempi di risposta alle legittime istanze dei cittadini, finiscono con l’indebolire la forza interiore del popolo calabrese e la sua fiducia nel futuro. Il linguaggio chiaro e diretto dei Vescovi calabresi ammonisce la politica regionale incapace di attuare la Legge 328 del 2000, istitutiva del sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali, con un ritardo di circa 12 anni, definito dagli stessi vergognoso. Oggi, mentre nel resto d’Italia si procede a una valutazione e a una rilettura anche critica della normativa, della sua applicazione e dei suoi effetti nel corso degli anni, in Calabria siamo ancora in attesa che si inizi finalmente ad applicarla. Gli Arcivescovi e i Vescovi della Calabria, nella loro piena libertà, hanno lanciato alcune proposte concrete per fronteggiare con speranza questa crisi globale, seppur, a qualche politico “conservatore”, ha dato fastidio criticando aspramente la scesa in campo diretta dei Prelati che li vorrebbero nel recinto delle loro Diocesi e a non occuparsi di politica ma solo di liturgie. Con uno sguardo oltre la crisi, i Presuli calabresi, in dieci punti, ritengono indispensabile che in Calabria più soggetti pubblici e privati, comprese le Chiese, mettano in campo maggiori interventi, da effettuare corresponsabilmente su fronti diversi. Dall’impegno della Regione Calabria a fornire un’adeguata copertura finanziaria alle politiche sociali, intervenendo strutturalmente sulla formazione dei bilanci istituzionali, al sostegno degli Enti Locali ad attuare la legge 328/2000, la legge regionale n. 23/2003, il Piano Sociale Regionale del 2009 e l’avvio dei tavoli di programmazione per i Piani di Zona, fino a richiamare le comunità ecclesiali a farsi carico in maggior misura delle situazioni di povertà offrendo una efficace testimonianza di carità, sia attraverso le tradizionali modalità di elargizioni economiche, alimentari o di vestiario, sia inventando nuove forme di sostegno al reddito come il microcredito familiare o sociale. Di fronte all’ingiusto e vertiginoso deterioramento dello stato sociale, i Vescovi, con questo documento, offrono una specifica riflessione e spunti di dialogo alla classe politica e amministrativa calabrese, sulla frontiera della ricerca del bene comune, manifestando significativamente il permanere accanto a tutta la popolazione calabrese, in particolare i poveri.


Salvatore Barresi

sociologo economista