NON DOBBIAMO ESSERE (PIU) Complici

Nei corsi di filosofia morale e in quelli di filosofia politica si studiano teorie sulla giustizia, teorie che dicono quali caratteristiche devono avere una azione, una decisione scelta, una volontà per essere giusta, oppure quali caratteristiche deve avere una società per essere giusta.
Quali caratteristiche deve avere una società per essere giusta?

Purtroppo, oggi, c’è, in noi, una non conoscenza di come debbano essere fatte le cose per godere di un certo valore.

Esiste, quindi, una questione morale e civile da affrontare legata al valore della giustizia.

Ma cosa vuol dire “valore della giustizia?”

Il valore della giustizia, cioè lo standard normativo associato a questa parola è presente in modo tipicamente intuitivo, come una peculiare qualità dell’azione, dell’interazione, dell’ordinamento di cui si tratta.

Questo “intuire” è tipicamente un pensante sentire, senza il quale non avremmo le caratteristiche risposte emotive ai mali e ai beni, come lo sdegno di fronte ad una ingiustizia impunita, la gratitudine di fronte alla generosità, l’ammirazione per la capacità di sacrificio.

C’è un problema e c’è una presa di coscienza, non di tutti, del disvalore che ci sta divorando la vita.

Simon Weil diceva: <>.

Credo che abbia ragione, almeno nel senso che non c’è (più) coscienza morale.

Penso che sia importante, oggi più di ieri, dal passaggio dalla prima alla seconda Repubblica (cosiddetta), soffermarci su una riflessione sulla “questione civile” e sulla “questione morale”.

In Italia ci sono due “ismi” che sono percepiti come dei veri e propri insulti. Essi sono: “moralismo” e “individualismo”.

Noi facciamo moralismo quando, per esempio, osserviamo i comportamenti di uomini pubblici che scambiano favori privati, quando vediamo sprechi di risorse pubbliche a vantaggio privato, quando c’è menzogna o distrazione ideologica di fatti, anche se non ci siano illeciti penali, quando siamo a conoscenza di evasione fiscale delle tasse, o quando notiamo il cumulo dei privilegi della casta o la pensione sottratta alle risorse pubbliche in tenera età, o ancora, l’abuso di potere nella gestione pubblica.

In questi casi siamo come chi predica bene e razzola male, cioè ci dedichiamo allo sport di buttar fango.

Tutto questo ci serve per giustificare, conclusione assurda, chi non ha un comportamento moralmente a posto, così fan tutti e perciò va bene così, infischiandosi del precetto evangelico “chi è senza peccato scagli la prima pietra”(Gv 8:7-11).

Così fan tutti e perciò va bene così, un comportamento pieno di “omertà”: omertà sta al servilismo come la viltà sta alla prepotenza.

Il secondo tratto è l’individualismo. Primo comportamento: io mi vedo i fatti miei del resto non mi interessa nulla.

C’è, quindi, in questo comportamento, un individuoe non una persona che sfrutta per il proprio interesse tutto ciò che è pubblico e non.

C’è un individuo che è autointeressato, egoista che nega tutto a chi non è come lui, oppure non è, per esempio, del suo partito politico della sua cordata.

In Italia abbiamo inventato lo spoil system all’italiana, mutuandolo dalle elezioni politiche americane, adattandolo alle esigenze dell’individuo egoista autointeressato per il solo servizio personale.

Chi paga per questo comportamento e atteggiamento? Nessuno se ne accorge, ma paga tutto il “corpo sociale”.

La giustizia è trattata, oggi, come se fosse un affare di potere, il potere di fare le leggi.

Una legge traduce in norma un comportamento una (supposta) verità che riguarda un valore.

Ma è così?

Pensiamo ai parlamentari che si fanno una legge sui loro stipendi senza pensare che oggi su 100 famiglie 87 non riescono a vivere perché con un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa.

Dove sta il valore in questo atteggiamento? C’è un torto? C’è una ingiustizia?

Le nostre istituzioni sono purtroppo così screditate che facciamo fatica a comprendere.

Pensiamo ad una cattedra regalata ad un servo e negata a un genio nella disciplina in questione.

Chi paga per questo torto? Chi paga per questa ingiustizia?

Paga sempre e soltanto il “corpo sociale”.

Allora, a questo punto, subentra, anche, uno sguardo “indignato”. Una indignazione fondata che guarda al valore che sta alla base di un obbligo: se si distribuiscono posti di lavoro come ricompensa di servizi privati a discapito della competenza e dell’onestà cosa succede?

Succede che questa violazione provoca uno scompenso sociale: servizi pubblici scarsi, burocrazia che affossa, poca innovazione, fermo della crescita.

Provoca anche (come torto personale) una ferita dell’anima che, a sua volta, può produrre un risentimento pericoloso per l’intera collettività – ci sono svariati esempi che vanno dal bullismo al terrorismo. C’è anche un altro risvolto, quello di sentirsi inadeguato per la società e decidere di togliersi la vita.

Noi viviamo in Paese dove le risorse comuni e la legalità sono svendute, ossia vendute al migliore in cambio di consenso o addirittura di vantaggi particolari per i governanti e gli amministratori, e dove perdura l’incantamento di una rimozione spettacolare del male che facciamo a noi stessi.

Pensiamo a tutti gli italiani che sopravvivono o prosperano attraverso concessioni di impunità, come evasori, cementificatori, inquinatori di ogni genere. Pensiamo ai collocatori di veline o ai faccendieri, della politica e non, che lucrano su tutto.

Se dall’indignazione si impara qualcosa, dal disgusto, dalla nausea, forse dobbiamo, ancora, imparare qualcosa.

Da questi sentimenti dobbiamo recuperare l’intero contenuto moderno della giustizia come fondamento di civiltà, di polis e di civitas: la giustizia come fondamento della legge, come valore civile e politico.

Ecco, allora, che entra la discussione, ormai secolare, di una nuova “classe dirigente” che sia sapiente (per i governanti), sia coraggiosa (per i difensori dell’ordine), sia con temperanza (per gli imprenditori, artigiani, professionisti, etc).

Siamo un Paese senza anima. Il nostro non è solo un Paese all’incanto, in cui con la legalità si svende il principio stesso della pari dignità e degli eguali diritti dei cittadini, ma, addirittura, viene messo in discussione la libertà.

Che cosa, infine, è dovuto a ciascuno?

Partendo dal riconoscere che ogni individuo umano è persona morale, non dobbiamo pensare che non esistono persone perverse, o criminali incalliti.

Dobbiamo, però, essere consapevoli e capaci di recuperare l’essenza di noi stessi che abbiamo perso col diventare “moralisti”, “individualisti” e “cinici”.

Non dobbiamo essere (più) complici!!

Nel suo Diario, Piero Calamandrei (uno dei redattori del Codice di procedura civile), scriveva: <>; ed ancora, Carlo Rosselli che pagò con la vita nel 1937, il suo progetto di una civiltà nuova di vera <>.

Anche Luigi Meneghello, accademico e scrittore, in un testo del 1976, edito da Rizzoli nel 2009, dal titolo: “i piccoli maestri”, a pagina 85 scriveva: <>.ì>

Dobbiamo, quindi, tornare a respirare, rinnovandoci nella solidarietà, pensando e agendo in virtù del fatto che questa società non può vivere e non può fare a meno di personalità morali.

Oggi, anche la politica deve tornare ad essere affare di chiunque voglia essere persona moralmente autonoma, e non libera di diventare serva.

Salvatore Barresi