LAVORO E SVILUPPO SONO LE PRIORITÀ



Ancora una volta gli italiani sono stati ingannati dalla politica sulla crisi e sulla crescita economica. Rimane alta la preoccupazione degli italiani sulla crescita economica sul fatto che non siamo in grado di generare occupazione. Lo dimostra il fatto che ‘lavoro e sviluppo’ sono le priorità che, per gli italiani, secondo un recente sondaggio realizzato dal Cise, il Centro di studi elettorali della Luiss, per il Sole 24 Ore, sono al primo e al secondo posto della classifica dei problemi. Problemi che dovrebbero stare nell’agenda del Governo nazionale e che dovrebbero essere accompagnate dalle Regioni con l’ausilio di quella dotazione europea dei Fondi Strutturali. L’economia e la politica viaggiano su due binari diversi senza mai pensare di incontrarsi e se si aggiunge anche che esiste uno smarrimento politico, quasi a disorientare l’intera nazione come se fosse ‘drogata’ da altre vicende e sviata dalla realtà che sprofonda nel baratro, ci si rende conto che siamo su un binario morto. Non esagero, perché quando ci si rende conto della realtà, gli italiani mettono al primo posto delle loro preoccupazioni il lavoro (54% del campione intervistato) con un aggravante di non poco conto, la fatica a trovare un soggetto politico in grado di affrontare la loro priorità. Secondo quasi la metà degli italiani nessuna delle parti politiche in campo è in grado di risolvere il problema del lavoro. Lo stesso avviene con lo sviluppo economico. Emerge un giudizio forte di condanna della politica in ogni sua sfaccettatura. Possibile? Si è possibile che gli italiani si siano stufati di questa politica che non convince più. Emerge una sfiducia dei partiti con la tendenza a fare da soli auspicando un sistema dove ogni Regione dovrebbe poter regolare con proprie leggi la sanità e la scuola, e dove i soldi delle tasse dovrebbero restare agli enti territoriali perché li amministrino da soli. Quindi secondo gli italiani, dai dati della ricerca-sondaggio Cise, con sentimento unanime in tutto il Paese da Nord a Sud, l’aspirazione a “fare da soli”, a consegnare gli strumenti delle decisioni alla politica locale è il dato vincente ed è la risposta alla sfiducia nella capacità della politica nazionale di affrontare e risolvere le priorità socio-economiche del Paese. È chiaro che il centro politico corre ai ripari per salvaguardare i loro privilegi. Alla risposta degli italiani di fare da soli, rispondono con l’abolizione delle Province e dei Comuni indebolendo la forza locale. Purtroppo, anche se le preoccupazioni sono uguali, si nota, ancora di più oggi di ieri, che l’Italia, dopo150 anni dalla sua unità, rimane ancora un Paese diviso in due, come emerge dal rapporto Svimez sui 150 anni dall’Unità d’Italia, con un Nord più virtuoso, dove esistono infrastrutture e servizi efficienti accompagnati da attrezzature per il tempo libero, mentre il Sud segna un arretramento. Anche in questo caso la politica ha garantito i suoi privilegi, mantenendo a ‘biada’ un Mezzogiorno con un alto tasso di disoccupazione come granaio di voti sicuri, non colmando il divario tra le due Italie e garantendo la sopravvivenza ad una parte povera. Lavoro e sviluppo sono le priorità degli italiani ed ha questa si aggiunge quella di recuperare il Sud che oggi potrebbe rappresentare un’opportunità di crescita decisiva, investendo in alcuni settori strategici, come confermato nel rapporto Svimez. Ma allora perché non si interviene se già sappiamo qual è il problema? A mio parere questa classe politica nazionale e locale, che ha contribuito pesantemente al mancato sviluppo, deve rinnovarsi e deve ritrovare l’equilibrio di collegamento tra politica e economia [etica]. Questa classe politica nazionale e locale, negli ultimi ventanni, ha fatto molto poco sulle infrastrutture materiali e di servizi, causa principale della inadeguatezza del Mezzogiorno di Italia. Questa classe politica nazionale e locale, negli ultimi ventanni, non è stata capace di adottare politiche adeguate e rimodulare i programmi di spesa comunitari che pur distribuendo ingenti risorse, si dimostrano poco efficaci, mentre, in altri contesti, sono riusciti ad invertire la situazione di partenza, puntando alla realizzazione di opere strategiche e di programmi di sviluppo per aumentare l’offerta di lavoro, quindi l’occupazione. Questa classe politica nazionale e locale, negli ultimi ventanni, come si evince dall’analisi condotta dall’Ifel (la fondazione Anci sulla finanza locale), ha sviluppato, per un suo interesse, una strategia di frammentazione degli interventi pubblici, ha generato una confusione fra gestione e programmazione, dirottando i fondi comunitari su programmi tutt’altro che “strategici”, spesso con l’obiettivo malcelato di utilizzare le risorse Ue per quello che non si riesce più a realizzare con i soldi propri. Guardo solo il dato più eclatante della Calabria, epicentro ineguagliabile della creatività locale a libro paga dell’Unione europea, e di frammentazione dei fondi con le sue 1.049 iniziative in 364 Comuni diversi, con progetti che non superano i 150mila euro di valore (una somma sufficiente a ristrutturare al massimo un paio di bilocali) che hanno bisogno di assistenza e coordinamento, con l’aggravante che molti progetti, finanziati con Fondi comunitari, sono a rischio-restituzione. Sarebbe un’impresa impossibile anche per amministrazioni ben più strutturate di quella calabrese, intanto le infrastrutture possono attendere. Questa classe politica nazionale e locale, negli ultimi ventanni, ha polverizzato le risorse europee con l’assegnazione diretta a privati, in genere piccoli e piccolissimi operatori economici senza nessuna ricaduta di sviluppo sui territori e senza nessun incremento occupazionale. E pensare che, vista anche l’esperienza del passato, la “concentrazione” delle risorse su iniziative forti era uno degli asset del nuovo ciclo di programmazione. Questa classe politica nazionale e locale «inguardabile», «ridotta a litigio perenne», «noiosa», come ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, in apertura dell’assemblea generale dei vescovi italiani a maggio del 2011, dimostra di non avere più aderenza nella società. La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più, ecco perché è importante «preparare una generazione nuova di cittadini che abbiano la freschezza e l’entusiasmo di votarsi al bene comune, quale criterio di ogni pratica collettiva» come richiama Papa Ratzinger. Questa classe politica nazionale e locale deve fare un passo indietro, deve andar via, lasciando il posto a persone che avvertano il dovere di una cittadinanza coscienziosa, partecipe, dedita all’interesse generale in tutti gli ambiti in cui si collocano, professionale, associativo, cooperativistico, sociale, mediatico, sindacale, partitico, istituzionale. Infine, questa classe politica nazionale e locale deve andar via perché non ha saputo cogliere l’importanza dei giovani e risolvere il problema del lavoro. Una classe politica nazionale e locale che non ha saputo pensare insieme alla comunità ai giovani, ponte per il futuro. Una classe politica nazionale e locale che non ha avuto il coraggio di ‘osare’ e di intervenire alla creazione di nuovo lavoro. Possibile che questa classe politica nazionale e locale non si è accorta che c’è una angoscia delle famiglie italiane per il lavoro che manca, o è precario? Se ne accorta ma non gli interessa. È più facile guardare a se stessi e mantenere i privilegi degli emolumenti che raggiungono i 15 mila euro mensili a fronte delle 462 euro dei cassintegrati o dei professionisti co.co. co. che sono sbattuti fuori senza nessuna garanzia sociale. Questa classe politica nazionale e locale deve andare via perché non ha saputo salvare e recuperare posti di lavoro; che non ha saputo riabilitare il lavoro manuale, contadino e artigiano. Per questo abbiamo bisogno di: (1) una nuova classe politica nazionale e locale che si faccia carico dei problemi dei giovani, dei lavoratori, delle famiglie non lasciati soli ai cambiamenti necessari e alle ristrutturazioni in atto; (2) una nuova classe politica nazionale e locale vicino agli imprenditori e li stimolino a garantire condizioni di sicurezza nell’ambiente di lavoro e a reinvestire nelle imprese i proventi delle loro attività; (3) una nuova classe politica nazionale e locale che dia fiducia ai cittadini di contribuire alle necessità dello Stato, e avvertissero come errore morale ed etico l’evasione fiscale; (4) una nuova classe politica nazionale e locale che dia fiducia alle banche che avvertino come preminente la destinazione sociale della loro impresa e di quelle che ad esse si affidano. Lavoro e sviluppo sono le priorità degli italiani onesti e laboriosi che pensano per il bene comune: dove sta bene un cittadino sta bene anche un’impresa.

Salvatore Barresi