UNA NUOVA PENTECOSTE. C’È UN FUOCO CHE NASCE IN CHI SA ASPETTARE IN CHI SA NUTRIRE SPERANZE D’AMOR


C’è un nuovo che avanza. In questo nuovo che avanza ci sono alcuni mali. Tra i mali che affliggono la nostra società quello forse più pericoloso è diffuso è lo smarrimento della capacità di riconoscere i collegamenti tra causa ed effetto, soprattutto nel momento in cui le scelte diventano politiche e quindi tali da modificare profondamente la società in cui viviamo. Questi mali non sono sufficientemente contrastati perché c’è una totale assenza di esponenti di matrice cattolica capaci di interpretare il nuovo che avanza. In questo nuovo che avanza si intravedono i cattolici in politica relegati più ad un ruolo comprimario o di supporto dell’altrui capacità di iniziativa, che in grado di proporsi come punto di coagulo di istanze emergenti. Il Papa e i Vescovi, impegnati sulla scena pubblica a difesa e promozione dei “valori non negoziabili”, continuano a chiedere “una nuova generazione di politici cattolici” che non decolla. Recentemente, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, alla presenza dei Vescovi italiani riuniti in Assemblea generale, il Papa ha invitato i laici all’impegno nella vita politica, chiedendo ai presuli di «stimolare i fedeli laici a vincere ogni spirito di chiusura, distrazione e indifferenza, e a partecipare in prima persona alla vita pubblica». Non è la prima volta che il Santo Padre invita i cattolici, sia gli ecclesiastici che i laici, ciascuno nelle modalità del proprio ruolo, a portare avanti un’azione incisiva per la nuova evangelizzazione della società, affinché non diventi definitivamente post-cristiana. Anche la CEI ha più volte insistito sulla necessità della formazione di una nuova classe politica cattolica, oltre a ricordare le numerose esortazioni in tal senso di Giovanni Paolo II. Per correggere le storture della nostra società, nell’attuale crisi politica, nel vuoto dei valori basilari, di quella che una volta era la civiltà cristiana italiana, si rileva una forte esigenza di una rinascita della politica nazionale e i laici sono invitati all’impegno serio ed efficace. Come realizzare tutto questo? Innanzitutto, occorre iniziare a parlare con sincerità e serenità, dentro e fuori la Chiesa, senza infingimenti, dell’unità politica dei cattolici, senza fare dietrologie e riferimenti allo storico “partito unico” democristiano, che in realtà non ha mai contenuto veramente tutti i cattolici italiani. Anche se, il partito unico dei cattolici, aprioristicamente, non è da evitare perché non è un dogma o una conditio sine qua non della vita politica, c’è da rilevare che l’unità politica dei cattolici sarebbe un bene eccellente se si potesse realizzare. Una meta possibile ed auspicabile per avere la forza di cambiare la nostra società malata; ma se ciò non fosse possibile, allora si deve andare avanti anche con le divisioni. Che cosa mi convince sulla possibile unità dei cattolici? Due questioni essenziali. La prima è quella relativa alle questioni politiche e dottrinali; la seconda è quella relativa alla creazione di una nuova classe politica di cattolici capace di superare gli ostacoli e rimediare agli errori commessi negli ultimi decenni, lontani dalle logiche del centro-destra e del centro-sinistra. Penso ad una nuova classe politica di cattolici, alla costruzione di nuove personalità in grado di servire la Chiesa con nuovo entusiasmo e maggiore coerenza ideologica e dottrinale, che non sperano in un appoggio verbale ma concreto della gerarchia ecclesiale. Sono convinto che questo è il momento di ritrovare il coraggio di credere che vi possono essere cattolici in grado di fornire utili contributi alla battaglia delle idee, al bene comune, alla difesa dei valori non negoziabili, aiutati dall’esortazione del Santo Padre: «Sostenete la vasta rete di aggregazioni e di associazioni che promuovono opere di carattere culturale, sociale e caritativo». Oggi, nel Parlamento, nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni, i cattolici sono divisi non per ragioni ideologiche e dottrinali, ma da calcolo personale, carrieristico che turba loro stessi e li rende nemici fra loro. Dal basso, dove la rete diocesana è attiva, i cattolici italiani “comuni”, invece, sono divisi, forse, più per ragioni dottrinali e ideologiche che per ragioni di carriera. Questa divisione dottrinale è gravissima e non dovrebbe esistere, siamo tutti cattolici figli di Dio, figli della stessa Chiesa, ma almeno questo ha una sua dignità, forse frutto del pensiero umano, magari errato, che nasce dalla riflessione personale a differenza della divisione “carrieristica” che non ha dignità alcuna, come denunciata dal Santo Padre. È dai cattolici italiani “comuni” che deve nascere la nuova classe dirigente cattolica di questo Paese che il Papa stimola, attraverso i Vescovi, con parole vive: «Incoraggiate le iniziative di formazione ispirate alla dottrina sociale della Chiesa, affinché chi è chiamato a responsabilità politiche e amministrative non rimanga vittima della tentazione di sfruttare la propria posizione per interessi personali o per sete di potere». L’appello del Cardinal Bagnasco, su una nuova generazione di cattolici in politica, senza nessuna invasione clericale in campo civile, contiene una novità e giunge come una grazia che riconosce la necessità di rinnovare la vita politica troppo astiosa e logora. I cattolici italiani sono una risorsa morale e spirituale per la realizzazione del bene comune in Italia. Il rispetto della divisione dei ruoli impone alla Chiesa il compito di formare ed educare alla vita civile e ai partiti (o al partito unico) quello di accogliere la partecipazione dei cattolici impegnati nel rispetto delle regole democratiche che debbono fondare l’esistenza dei partiti stessi. Il Presidente della Cei, puntualizza: «Vogliamo incoraggiare i giovani che si sentono portati per questa forma di servizio alla collettività che è la politica, questa grande forma di carità come diceva Paolo VI, però preparandosi», cioè, «Facendo discernimento su sé, sulle proprie capacità, attitudini intellettuali e morali. Ma preparandosi attraverso una vita cristiana radicata, profonda, attraverso una conoscenza il più possibile completa della dottrina sociale cattolica e una conoscenza più puntuale, un addestramento circa la polis con tutte le sue articolazioni. Dalle più immediate e vicine come quelle territoriali, amministrative, a quelle più ampie e complesse che sono la politica nazionale». La Chiesa «vive accanto alla gente, nelle diocesi, parrocchie, aggregazioni, negli istituti religiosi». Questo vuol dire che «conosce direttamente le vicende delle persone, delle famiglie» e, se questo «è una grande grazia che abbiamo», esso comporta «anche una grande responsabilità». Per questo, allora, «noi pastori non possiamo tacere quelle che sono le istanze della gente, e dobbiamo darne voce». L’appello dei Vescovi verso una nuova generazione di politici cattolici, non è un atto di disistima o ingratitudine verso quei cattolici che già ora, da tempo, sono impegnati in politica. Verso di loro c’è l’incoraggiamento e l’invito ad essere sempre di più e sempre meglio una presenza incisiva, efficace, per il bene di tutti. In questo appello si intravede la possibilità di dare voce ad un nuovo modello di fare politica, forse, attraverso il partito unico dei cattolici. Oggi, più di ieri, abbiamo bisogno che i cattolici portano il proprio contributo, chiaro, argomentato, nelle diverse sedi politiche con la libertà che li contraddistingue pensando anche al futuro, come è logico, in qualunque società, famiglia, gruppo. L’appello dei Vescovi è quello di incoraggiare i giovani che si sentono portati per questa forma di servizio alla collettività che è la politica, questa grande forma di carità come diceva Paolo VI. I giovani devono prepararsi facendo discernimento su sé, sulle proprie capacità, sulle attitudini intellettuali e morali. I giovani devono prepararsi attraverso una vita cristiana radicata, profonda, attraverso una conoscenza il più possibile completa della Dottrina Sociale Cattolica e una conoscenza più puntuale, un addestramento circa la polis con tutte le sue articolazioni. Questo è il momento buono per i Vescovi italiani a lanciare una nuova “pastorale della politica” cogliendo l’appello lanciato da Papa Benedetto XVI: «una nuova evangelizzazione del sociale». Il beato Giovanni XXIII affermava: «L’educazione ad operare cristianamente anche in campo economico e sociale difficilmente riesce efficace se i soggetti medesimi non prendono parte attiva nell’educare se stessi, e se l’educazione non viene svolta anche attraverso l’azione» (nn. 212-213). (Ri) pensare e (ri) valorizzare le importanti istituzioni a servizio della nuova evangelizzazione del sociale, le associazioni di volontariato le organizzazioni non governative cristiane o di ispirazione cristiana, le Commissioni Giustizia e Pace, gli Uffici per i problemi sociali e il lavoro, i Centri e gli Istituti di Dottrina sociale, molti dei quali non si limitano solo allo studio e alla diffusione, ma anche all’accompagnamento di varie iniziative di sperimentazione dei contenuti del magistero sociale, come nel caso di cooperative sociali di sviluppo, di esperienze di microcredito e di un’economia animata dalla logica della comunione e della fraternità. Il card. Angelo Bagnasco, in una recente intervista, ha affermato che la Chiesa italiana è «grandemente preoccupata» per quello che riguarda «la disoccupazione e il costo della vita per le famiglie» nel nostro Paese. Occorre dunque che le istituzioni siano capaci di «fare sempre più rete, di dialogare proprio per costruire risposte sempre più efficaci e risolutive in un momento che non è soltanto una congiuntura economica, che ha invaso il mondo, ma che sembra anche un cambiamento strutturale di mentalità e di stili». Non possiamo però far finta che non esiste una “questione di moralità”, sia a livello individuale che sociale. Davanti al relativismo imperante, per il quale non esiste più il bene o il male ma il “meglio di” o il “peggio di”, occorre tenere sempre viva la categoria della moralità, che non è moralismo, come qualcuno dice senza fondamento, quasi fosse una convenzione conveniente, ma una dimensione strutturale della persona. Per questo è importante un nuovo rilancio dell’impegno politico dei cattolici, soprattutto per quanto riguarda le nuove generazioni partendo dalla Chiesa particolare e locale. Ogni Vescovo come padre e pastore, nella propria diocesi, è punto di riferimento per rilanciare una nuova “pastorale della politica” per riaprire una stagione di seminatori instancabili di generosa progettualità sociale, partendo dagli impulsi della vita ordinaria delle parrocchie, tessuto seriale e continuativo della Chiesa di popolo, come dettato dalle conclusioni della Settimana Sociale dei cattolici a Reggio Calabria nel 2010. I Vescovi devono riscoprire una nuova stagione. C’è una Chiesa viva che va rimodellata in prossimità alla gente, dove la gente vive. C’è un popolo di Dio che si sente vicino alla cultura cristiana. La rete italiana delle circa 26mila parrocchie, e delle centomila chiese, dove la presenza costante del sacerdote, del pastore è un patrimonio non può perire, deve essere (ri) valorizzato. C’è una Chiesa vicina là dove si vive, si lavora, si soffre e si gioisce con un radicamento che costituisce non soltanto l’annuncio esplicito del Vangelo, la preghiera, la catechesi, la vita di carità, ma che esprime anche quell’umanesimo profondo che caratterizza il popolo italiano. C’è una grande preoccupazione nella Chiesa che riguarda la disoccupazione, il costo della vita per le famiglie, le nuove regole del lavoro. Di questo i Vescovi si devono fare carico non possono rimanere inermi nell’attesa di un cambiamento che mai arriverà. La Chiesa vive accanto alla gente, nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle aggregazioni, negli istituti religiosi, quindi conosce direttamente le vicende delle persone, delle famiglie. I pastori della Chiesa non possono più tacere, devono dare voce alle istanze della gente, del popolo. Solo con la spinta alla creazione di una nuova classe politica cattolica si può dare voce per sostenere la famiglia, per incoraggiare i giovani a non avere timore a progettare una nuova famiglia con il dono straordinario di fare figli con maggiore serenità. Allora che cosa bisogna fare? Prima di tutto i Vescovi devono aiutare i cattolici a vincere la paura per il futuro, generata dalla crisi economica in atto, richiamando tutti alla coesione con l’amicizia e l’unione nella speranza. Solo così si possono abbattere l’insicurezza e la tristezza diffusi nei cortili delle parrocchie e degli oratori. Secondo. I Vescovi devono organizzare uomini e strutture per formare e allenare la nuova classe politica cattolica per studiare e influenzare, per i prossimi decenni, con un progetto riconoscibile, senza avere paura, con nuovi argomenti e senza essere schiacciati dal presente, la vita politica del Paese. Terzo. I Vescovi, nel loro Magistero ordinario, devono annunciare una nuova stagione della carità politica dove l’amicizia non si fonda su identità di vedute, ma sul fatto di avere obiettivi comuni e poter contare sull’altro, ridando dignità alla politica e senso etico. Quarto. I Vescovi devono richiamare, localmente, ad un necessario impegno dei laici cristiani in politica in coerenza con la fede professata e la passione di servizio con il coraggio di vivere il territorio. Quinto. I Vescovi devono preoccuparsi di organizzare sul territorio un sistema, un modello di educazione dei cattolici alla partecipazione attiva della vita politica locale con la disponibilità di tutti i movimenti e le associazioni ecclesiali, recuperando la dimensione vocazionale della politica attraverso un progetto contralto che metta insieme solidarietà e creatività. Tutto questo è possibile solo se, come credenti, riprenderemo a lavorare per recuperare la fiducia verso la cosa pubblica illuminando, con l’aiuto dei Vescovi, uno dei più importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e vita, tra Vangelo e cultura, già richiamata dal Concilio Vaticano II.

Salvatore Barresi
[sociologo economista]

Crotone, lì 19 Giugno 2011. Santissima Trinità