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ETICA SOCIALE, ECONOMIA E POLITICA

ARCIDIOCESI DI CROTONE – S. SEVERINA
SCUOLA DI FORMAZIONE TEOLOGICO MINISTERIALE “UNUS MAGISTER”

CORSO DI ETICA SOCIALE, ECONOMIA E POLITICA
Dispensa Didattica

Diacono Prof. Dr. Salvatore Barresi

Anno 2014

Dottrina Sociale della Chiesa – Dispensa 2014 CORSO DI ETICA SOCIALE, ECONOMIA E POLITICA _S.Barresi

PER CAMBIARE IL PAESE I CATTOLICI DEVONO PARTECIPARE.

C’è un rischio che incombe sul nostro Paese, un rischio che sia chiama “disoccupazione”. Se non partiamo da questo grave rischio, come urgenza del Paese, non possiamo affrontare nessun altro problema come il lavoro, la famiglia, la crisi economica e sociale e la nuova povertà. Risulta evidente che si pone il problema per chi votare alle Elezioni Politiche del 24 e 25 febbraio 2013. Per chi voterà il cattolico? È chiaro che se sbagliamo adesso non possiamo più avere alibi e affermare che i cattolici non hanno colpa, perché i cattolici contano e per cambiare devono partecipare andando a votare. Non c’è un Vangelo che ci ammonisce a votare a destra, centro o sinistra. Non c’è un Profeta che ha parlato per nome e per conto di Dio su quale partito e candidato votare. Non c’è un Comandamento di Dio che intima per chi votare, ne un articolo del Credo per quale candidato credere, ne c’è una petizione nel Padre Nostro che ci indica la scelta migliore. C’è solo la coscienza e la coerenza dell’uomo di fede. Il cattolico ha un compito preciso quello di partecipare alla vita sociale e evangelizzare la politica: “C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenza, si attua con furberia. È anche opinione diffusa che alla politica non si applichi la morale comune, e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati, e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. La mia esperienza lunga e penosa mi fa invece concepire la politica come saturata di eticità, ispirata all’amore per il prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune” (Don Luigi Sturzo). Allora per chi deve votare il cattolico? Sono in tanti ad affermare che quasi il 38% degli italiani sono indecisi e che di questi il 30% sono credenti e praticanti cattolici. Non mi viene difficile pensare che i cattolici hanno fatto l’Italia e l’Europa ed hanno saputo dimostrare di essere sempre protagonisti degli eventi, costituendo una base solida di equità e solidarietà senza rinunciare a valori e principi non negoziabili. Perché oggi c’è questa indecisione? A mio avviso l’indecisione del cattolico italiano è dovuta alla paura di non farcela, una paura che viene dal non fidarsi di Dio, una paura che proviene dalla mancanza di fede adulta e matura. Una paura che limita il cattolico a partecipare al cambiamento vero e reale. Un cambiamento che deve arrivare a riproporre una democrazia libera e partecipata. Oggi, più che mai, la democrazia italiana ha bisogno del contributo dei credenti cattolici. Uomini di fede che credono nell’intervento di Dio nella storia dell’umanità; che credono che Dio non abbandona l’uomo al caso né lo lasci marcire nel male. Se oggi la grave urgenza del nostro Paese è la disoccupazione, sapendo che se non si risolve il rischio è di sacrificare intere generazioni; se oggi in Italia è evidente una assenza di politiche familiari adeguate e durature e la famiglia rischia il tracollo; se la crisi economica e sociale è il sintomo drammatico di uno spaesamento più profondo, i cattolici devono ritornare a sperare in Dio che opera per il bene dell’uomo, convinti che possa avverarsi la democrazia dell’alternanza evitando che si cristallizzi in modo stabile e duraturo un gruppo sociale al potere, ristabilendo e affermando il valore infinito della persona, la sua libertà, l’uguaglianza, la natura plurale della società, il valore della legge e l’importanza dell’autentico consenso popolare. I cattolici devono andare a votare convinti e sorretti da un’incrollabile speranza che ogni persona – la più piccola, la più debole o deforme, disoccupata, povera, ultima – abbia una dignità infinita e che davanti ad essa la politica non possa che mettersi in ginocchio a servirla e che quindi ogni società, ogni istituzione, ogni denaro, ogni cosa non sia che uno strumento, perché la vita delle persone possa meglio fiorire liberamente. Un grande uomo di fede e di chiesa oggi vivente, mons. Fisichella, ministro vaticano per la nuova evangelizzazione, ha affermato recentemente che: «…i cattolici in politica, a qualunque partito appartengano, abbiano a cuore i principi non negoziabili». Forse da qui che bisogna ripartire per avere una idea su chi votare. La presenza trasversale dei politici cattolici in tutti i partiti è un dato ormai acquisito. La Chiesa ha a cuore i principi non negoziabili e chiede ai credenti di impegnarsi a loro difesa nella vita pubblica, a prescindere dallo schieramento nel quale si trovino ad operare. Anche se si sentono dire tante fantasie, il cattolico che assume una responsabilità pubblica, da credente deve essere un esempio di stile e di contenuto, animando la politica verso una speranza di miglioramento per essere la più alta forma di carità. Mons. Fisichella ha affermato che: <<È compito dei politici cattolici attivare sinergie di forze positive anche con chi non crede: fede e ragione sono complementari». Le elezioni del 24 e 25 febbraio 2013 sono il traguardo verso cui procede a grandi passi la politica italiana e la paura dei cattolici porta ad un impoverimento delle idee da mettere in campo. Una paura che limita il pensiero cattolico e la trasmissione della fede di cui è impregnato. Io sono convinto che il contributo dei cattolici democratici ha contribuito a costituzionalizzare il potere politico, lottando prima contro il totalitarismo, quando il potere si era fatto assoluto, e sforzandosi poi di portare la democrazia italiana a compimento in una matura democrazia dell’alternanza. Oggi più di ieri, senza dimenticare che i cattolici democratici hanno combattuto il fascismo, ed hanno scritto quella che viene definita la più bella Costituzione del mondo, hanno cercato di sviluppare la democrazia in Italia fino a comprendere - con Aldo Moro, Ruffilli, Elia, Scoppola e molti altri - che il compimento del loro contributo alla democrazia italiana doveva essere quello di realizzarne le condizioni di funzionamento attraverso un moderno sistema di partiti. Partiti aperti, puliti, popolari, stabili, europei che non cambiano ad ogni stagione. Io credo, da Diacono cattolico credente e praticante, che sia importante votare per chi vuole rinnovare l'assetto istituzionale e affrontare il problema della crisi demografica collegati, in primis, al lavoro e alla famiglia. C’è un assetto istituzionale obsoleto che va rinnovato, che ha paralizzato, in questo ultimo ventennio, come con il fascismo, tutte le energie sane del Paese iniettando paura e sconcerto soprattutto tra i cattolici. Un’epoca caratterizzata dalla mancanza di speranza che ha fatto dimenticare Dio, occupati a sopravvivere, senza lavoro. Se il lavoro manca non è possibile costruire una famiglia. Senza la famiglia non si fanno figli. Senza la famiglia non c’è impresa, non c’è sviluppo. Un’epoca caratterizzata da una burocrazia asfittica e da una pressione fiscale, non ultima l’IMU contro la famiglia, che ha bloccato la crescita economica e sociale. Un’epoca caratterizzata da fenomeni di perdita di aderenza al certo, al sicuro; giovani e adulti precari a vita senza possibilità di futuro. Io credo che sia importante votare per chi vuole creare lavoro attraverso una politica integrale per la famiglia, che la favorisca sotto ogni profilo, anche quello fiscale e che non trattenga i privilegi. È importante votare per chi vuole affrontare subito il problema demografico, il nostro è un paese che non fa figli e dunque non cresce. I cattolici devono riappropriarsi della loro natura di fede, quella fede pensata che porta ad alimentare una buona tensione morale, proveniente dalla società civile ‘pulita’ che oggi non alimenta più né le istituzioni politiche né quelle economiche. Infine, i cattolici, praticanti e non, devono affrontare i problemi senza partito preso e senza foderare la nostra coscienza con la formula magica dei temi non negoziabili, perché i “principi non negoziabili”, che riguardano la tutela della vita e della famiglia tradizionale, sui quali la Chiesa giustamente non intende derogare, non devono svilire e radicalizzare le posizioni, anzi, creare le condizioni per discussioni di alto profilo. Dovremmo farci risuonare, e prima di decidere per chi votare, le vigorose parole di Maria nel Magnificat: "Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili". Qualunque scelta, qualunque pensiero politico, dovrebbe sempre tenere ben presente questo: che la logica del potere prima o poi rovescia tutti quelli che la vivono, mentre la logica dell'umiltà prima o poi offre i suoi frutti alla vita di chi la vive. L’impegno sociale del cristiano trova il suo fondamento nel fatto che Dio in Gesù Cristo si è incarnato, si è fatto uomo. Dunque non si può sfuggire alla storia, all’impegno per la giustizia, per la pace, per la salvaguardia del creato.
Salvatore Barresi

CONTRO I FANATISMI: GIORDANO BRUNO E LA TOLLERANZA

UNIVERSITÀ POPOLARE MEDITERRANEA – UPMED

Apertura dell’Anno Accademico 2012/2013

Aula Consiliare Comune di Crotone – 2 novembre 2012 – Conferenza

CONTRO I FANATISMI: GIORDANO BRUNO E LA TOLLERANZA

Relazione del Diacono Prof. Salvatore Barresi


Ringrazio  e saluto tutti i presenti con particolare attenzione al sen. Maurizio Mesoraca che ha avuto l’acuta intuizione di proporre il tema, culturalmente elevato, sulla tolleranza e sul fondamentalismo collegati ad una azione storica, culminata all’alba del 17 febbraio 1600, con il rogo dell’ex frate domenicano Giordano Bruno.

La mia breve riflessione sarà concentrata su tre momenti particolari:

1.      La tolleranza come virtù e valore importante alla luce del Vangelo;

2.      Il disagio della Chiesa per la condanna e la morte atroce del filosofo Giordano Bruno;

3.      Armonia tra fede e ragione contro ogni fanatismo.

1.      La tolleranza è un valore importante alla luce del Vangelo – Matteo (5,13-16)

La tolleranza è definita da un semplice vocabolario come: “virtù sociale che riguarda il modo di comportarsi civilmente con persone di opinioni politiche o di credenze religiose diverse dalle nostre”, o anche “rispettare le credenze o le pratiche altrui pur non condividendole”.

Un simile atteggiamento è quanto mai importante nella nostra società pluralista.

Proprio perché importante per la nostra società affronto, con serenità, in prima battuta, la questione, con l’intervento di Papa Giovanni Paolo II, sul caso Giordano Bruno.

Profondo rammarico e mea culpa per quel rogo “e per tutti gli analoghi casi”, precisa la lettera papale che Giovanni Paolo II, inviava all’allora preside della Facoltà teologica di Napoli, don Bruno Forte, oggi Arcivescovo di Chieti – Vasto, in occasione di un convegno organizzato nel febbraio del 2000 sul tema: “Giordano Bruno: oltre il mito e le opposte passioni. Una ricognizione storico-teologica”.

In quella occasione, e ne affronterò il tema più specificatamente dopo, Giovanni Paolo II scrisse sul caso di Giordano Bruno due passaggi significativi: il rogo di Giordano Bruno, che arse all’alba del 17 febbraio del 1600 a Campo de’ Fiori, “costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico”. Tuttavia, “questo triste episodio della storia cristiana moderna” non consente la riabilitazione dell’opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché “il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana”.

In pratica nessuna riabilitazione per la dottrina, l’eresia c’era ma il modo di fermarla era antievangelico.

Ma, ritornando alla riflessione primaria sulla tolleranza, sempre di più, però, come per molte altre parole, stiamo assistendo al processo per cui il termine “tolleranza” assume una connotazione del tutto diversa.

L’equivoco che così nasce è tale da rendere questa virtù un martello in grado di demolire, colpo su colpo, tutto ciò che per noi cristiani è maggiormente caro.

Oggi ciò che viene fatto passare nelle scuole, nei media e in molte famiglie è che la tolleranza significhi “i valori, le dottrine, gli stili di vita, e le affermazioni sulla verità sostenute dall’uno o dall’altro sono fondamentalmente uguali”.

Molti cristiani oggi direbbero che questo è vero. Tutti hanno il diritto alla propria opinione. Ma questo non è ciò che la definizione afferma.

Oggi, dire che bisogna “amare il peccatore ma odiare il peccato” significa fare l’affermazione più bigotta ed intollerante che mai si potrebbe fare.

Dire che Gesù è l’unica via che porta alla salvezza, significa essere considerati razzisti e ristretti di mente.

Agire giustamente ed esprimere amore cristiano significa essere etichettati come bigotti ed eretici.

La tolleranza oggi dice che bisogna essere indifferenti… L’amore cristiano dice che dobbiamo dire e praticare la verità con amore, e questo non ci permette di essere indifferenti!

Questa prima breve riflessione sulla tolleranza come virtù e valore importante alla luce del Vangelo mi porta a comunicare che la parte più triste di tutto questo modo di pensare è che esso ha invaso la chiesa di Gesù Cristo.

Vi sono cristiani professanti che attingono a piene mani dall’idea di tolleranza.

Fra noi vi sono coloro che credono che la salvezza sia possibile al di fuori di Gesù Cristo, che credono che tutte le religioni portino a Dio.

Questo ragionamento ci porta a pensare che siamo diventati “tolleranti” …e nel contempo non riusciamo a capacitarci come, nonostante tutto questo “progresso”, la nostra società sia in incipiente decadenza, in sfacelo, e nella più totale confusione etica e morale.

Il sale ha perduto il suo sapore. Gesù disse che i Suoi figli, coloro che Lo seguono in verità essendo stati interiormente rigenerati dallo Spirito Santo, sono il sale della terra. Il sale aveva due funzioni ai tempi di Gesù. Dare sapore ed agire come conservante.

Come figli di Dio, noi dobbiamo dare sapore al mondo insipido in cui viviamo con l’amore, la santità e la grazia di Dio. Inoltre, con la stessa nostra presenza nel mondo, dobbiamo agire come conservanti.

Non so quanti di voi rammentano Sodoma e Gomorra? Dio disse che non avrebbe distrutto quelle città se si fossero trovati almeno dieci uomini giusti. Ma non ve n’erano nemmeno dieci!

Concludo questa prima parte con una semplice proposizione positiva, cioè quella che bisogna operare per un vero risveglio immediato non basato sull’emozionalismo, ma sulle verità della Parola di Dio proclamata, sulla confessione e sul ravvedimento.

Solo così la luce ed il sale cominciano ad avere il loro impatto sulla società, ogni cosa cambia perché vi è gente che smette di pensare a sé stessa e comincia a vivere per il Signore!

2.      La seconda riflessione è basata sul disagio della Chiesa per la condanna e per la morte atroce del filosofo Giordano Bruno.

In quella famosa lettera papale di Giovanni Paolo II,  precedentemente citata, inviata a Mons. Bruno Forte, anticipava un gesto senza precedenti, procedeva ad un atto di richiesta di perdono per le colpe storiche dei figli della Chiesa, scrivendo: “Un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le proprie mancanze e quelle di quanti hanno portato e portano il nome di cristiani”.

Un Papa illuminato che scrive: “la verità non si impone che in forza della verità stessa” e che essa “va testimoniata nell’assoluto rispetto della coscienza e della dignità di ciascuna persona”.

Ma in quella lettera c’è un terzo livello problematico che la lettera affronta. Ed è il rifiuto delle attuali strumentalizzazioni del rogo di Giordano Bruno, come fu per il processo a Galileo. “Questo triste episodio della storia cristiana moderna è stato talora assunto da alcune correnti culturali come spunto ed emblema di un’aspra critica nei confronti della Chiesa”.

Quel 17 febbraio ha dato a parecchi l’occasione di polemiche ed esternazioni anticattoliche. Se il Papa ha deciso di chiedere perdono per le colpe del passato ha messo nel conto le condanne e le contumelie di oggi.

Nessuna replica perciò, anche perché lo stile di dialogo inaugurato dal Concilio Vaticano II ci invita a superare ogni tentazione polemica per rileggere anche questo evento con spirito aperto alla piena verità storica.

Ci vuole anche il senso storico, la Chiesa nel caso di Giordano Bruno non si fece portatrice del Vangelo, dell’amore e del rispetto, oggi è necessario che nessuno di noi si faccia arbitro e giudice di quello che è stato il passato.

Ho sempre sostenuto che siamo tutti debitori del passato, credenti o non credenti; che è difficile giudicare il passato, forse, per giudicarlo, avremmo dovuto viverlo, ma per condannarlo non dovremmo essergli debitori di nulla.

Ricordiamoci che, in prospettiva storica, ciò che risultò più pericoloso agli occhi degli inquisitori del pensiero di Giordano Bruno fu la sua pretesa di ridare alla filosofia un ruolo paritetico, se non addirittura primario, rispetto alla teologia e che i tempi erano duri per chi intendeva ribaltare gerarchie mentali e culturali storicamente consolidate; i casi di Copernico e Galileo, sono lì a ricordarlo.  Era un mondo troppo barbaro.

Una vicenda filosofica, teologica, culturale, complessa con le inflessioni scientistiche e magistiche, che ha bisogno di essere trattata con cura e serenità.

Tratti del filosofo sostanzialmente insensibile alla questione del cristianesimo, di cui contesta esplicitamente alcune convinzioni fondamentali, proteso alla creazione di un pensiero nel quale la preoccupazione fondamentale non è certo quella religiosa.

Ritengo, importante, in questa sede, attirare la vostra attenzione su un particolare storico che richiama l’uso che di quel rogo si è fatto da ogni parte, strumentalizzandone magari la tempra anticlericale.

Ancora oggi non abbiamo una serena valutazione dei contenuti espressi dal filosofo Bruno, proprio perché non siamo sereni e acuiamo, più di ieri, gli scopi interessati da un lato, e i timori di certi rigurgiti laicisti come quelli avvenuti nel passaggio tra l’Ottocento e il Novecento.

Con serenità posso affermare che la vera «censura» è stata quella successiva, cioè sulla consistenza o meno del pensiero di Giordano Bruno.

Basti ricordare quando gli hanno calato addosso la figura di «mago», facendo diventare il «magismo» bruniano incentivo di vendita[1] e di marketing per case editrici.

Un’ultima questione vorrei trattarla con poche battute concrete.

Ø  Oggi, pare che, per trattare il caso Giordano Bruno, si debba superare una “teologia confessante” a vantaggio di una teologia del “dialogo”.

Se non si fa questa operazione, dicono alcuni teologi, «la teologia apparirà ancora figlia di quell’autoritarismo dogmatico che impone la verità più che annunciarla[2]…».

Ne dubito fortemente e ne contesto l’affermazione perché la Teologia confessionale è una teologia genuina legata essenzialmente ad una comunità, non esclusivamente mistico-spirituale ma è anche una forma organizzativa esteriore che dialoga e che interagisce.

La Chiesa di oggi, come quella di ieri, ha una sola preoccupazione basilare, cioè quella di promuovere l’unità e la libertà di vita del popolo cristiano, una nuova realtà umana e sociale che nasce e rinasce continuamente dal mistero della Resurrezione di Cristo.

Basta pensare alla Chiesa inquisitrice (!), è vero che nel corso della storia si sono commessi degli errori, assumendo atteggiamenti etici e pratici gravemente contraddittori con lo spirito evangelico, ma è anche vero che si sono fatte cose eccellenti di grande responsabilità verso tutti gli uomini, in verità e libertà, nel dialogo e nella comunione fraterna.

Concludo questa seconda parte, riaffermando che è possibile oggi studiare una vicenda tragica come quella Bruniana avendo una visione storica critica dell’inizio del XVII secolo.

Un tempo dove cominciava quel processo di costruzione di una modernità anticristiana che, da un lato, ha disgregato la tradizione cristiana dei popoli europei e dall’altro ha generato l’orribile esperienza dei totalitarismi del XIX e XX secolo che hanno portato all’esaltazione dell’uomo e del suo potere come assoluto, generando i campi di concentramento, i gulag, i genocidi, passati e presenti, e che hanno prodotto un pensiero, di cui Giordano Bruno ha una sua precisa responsabilità etica e storica, di un uomo che si sente “dio” di se stesso e del mondo.

3.      La terza e ultima riflessione riguarda l’armonia tra fede e ragione contro ogni fanatismo.

Proviamo ad immaginare per un istante, nel rapporto tra cristianesimo e Islam, la possibilità a dialogare, tra musulmani e Occidente, per ritrovare l’equilibrio di una fede non disgiunta dalla ragione.

Papa Benedetto XVI a Ratisbona ha iniziato, con un linguaggio pulito e comprensibile a tutti, un nuovo “dialogo”, abbattendo tutti i muri della separazione tra Roma e La Mecca, richiamando i musulmani a valorizzare l’importanza di una delle prime Sure del Corano nella quale si afferma: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”.

Non si può non riconoscere come sia la guerra santa quanto la jihad sono figlie del fanatismo e siano la massima espressione di un agire “contro Dio” al pari dell'”illuminismo drastico”.

Oggi non si può parlare di fanatismo senza fare riferimento all’Islam. Io, poi, da Diacono che vive un itinerario di fede con il Cammino Neocatecumenale[3], sono più che convinto delle contraddizioni dell’Islam come, per esempio, l’esortazione, attribuita a Maometto, a diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava.

“Per la dottrina musulmana – ricorda Benedetto XVI a Ratisbona – Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza”. Al contrario del cristianesimo, afferma ancora il Papa, che ha tra i suoi capisaldi il rispetto dell’uomo con massime quali: “Dio non si compiace del sangue”; “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”; “La fede è frutto dell’anima e non del corpo”.

Il dialogo tra Islam e cristianesimo, oggi, è necessario per contrastare l’opinione dominante nel mondo occidentale, secondo Papa Benedetto XVI “che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali”. “Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione – insiste Ratzinger – un attacco alle loro convinzioni più intime”.

Esiste, pertanto, la minaccia del fanatismo religioso. Il mondo di oggi conosce “le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione, le distruzioni dell’immagine di Dio a causa dell’odio e del fanatismo” (Benedetto XVI, Ratisbona, 12 settembre 2006).

Mi piace ricordare come “Non dobbiamo sprecare la nostra vita, né abusare di essa, neppure dobbiamo tenerla per noi stessi; di fronte all’ingiustizia non dobbiamo restare indifferenti, diventandone conniventi o addirittura complici”. “E’ importante dire con chiarezza in quale Dio noi crediamo e professare convinti questo volto umano di Dio”.

Benedetto XVI ha esortato ad unire ragione e fede, guardandosi, al contempo, dal rischio di assolutizzare la scienza. “Con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo – continua il Papa – anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza”.

Al contrario, aveva denunciato Ratzinger durante la messa sempre a Ratisbona, “fin dall’illuminismo, almeno una parte della scienza s’impegna con solerzia a cercare una spiegazione del mondo, in cui Dio diventi superfluo e inutile anche per la nostra vita”. Ma “ogniqualvolta poteva sembrare che ci si fosse quasi riusciti sempre di nuovo appariva evidente: i conti sull’uomo, senza Dio, non tornano, e i conti sul mondo, su tutto il vasto universo, senza di Lui non tornano”.

In conclusione, anche se oggi “i conflitti etnici e religiosi nel mondo” rendono “più difficile accogliere la singolarità del pensare cristiano di Dio e dell’umanesimo che da esso è ispirato”, gli uomini possono ancora aprirsi alla fede cristiana.

E in questo, la teologia, “in fecondo dialogo con la filosofia”, può svolgere il ruolo cruciale di “aiutare i credenti a prendere coscienza e a testimoniare che il monoteismo trinitario è la vera fonte della pace personale e universale”.

E se “il punto di partenza di ogni teologia cristiana è l’accoglienza di questa Rivelazione divina”, la teologia cattolica “è sempre stata attenta al legame tra fede e ragione”.

In questo senso, per il Papa, “una teologia veramente cattolica (…) è oggi più che mai necessaria, per rendere possibile una sinfonia delle scienze e per evitare le derive violente di una religiosità che si oppone alla ragione e di una ragione che si oppone alla religione”.

S.B.



[1]Una casa editrice ha messo in circolazione un’accurata edizione di alcune sue opere minori (per esempio, «Lampada delle trenta statue»), sotto il titolo seducente di «Opere magiche», dove si spinge sull’equivoco evidentemente per rendere il volume più appetibili a certi lettori esotericamente diretti. Laddove il riferimento al mago, in campo filosofico, esprime piuttosto l’attitudine del sapiente speculatore.

[2]Pag. 60 del volume che si intitola “Giordano Bruno. Oltre il mito e le opposte passioni” pubblicato nella Biblioteca Teologica Napoletana a cura della facoltà Teologica dell’Italia meridionale. Raccoglie gli atti di un convegno dedicato al pensatore nolano e svoltosi nell’orizzonte delle iniziative propiziate dalla purificazione della memoria in occasione dell’Anno Santo del 2000.


[3] Statuto del Cammino Neocatecumenale, Art. 1, § 1. La natura del Cammino Neocatecumenale viene definita da S.S. Giovanni Paolo II quando scrive: “Riconosco il Cammino Neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni” – § 2. Il Cammino Neocatecumenale è al servizio del Vescovo come una delle modalità di attuazione diocesana dell’iniziazione cristiana e dell’educazione permanente della fede. § 3. Il Cammino neocatecumenale, dotato di personalità giuridica pubblica, consta di un insieme di beni spirituali: il “Neocatecumenato”, o catecumenato post-battesimale; l’educazione permanente della fede; il catecumenato; il servizio della catechesi.

Ludovico Einaudi – “Divenire” – Live @ Royal Albert Hall di Londra

In vita sua un uomo non deve aspettarsi felicità, ma solo goderne lietamente quando essa appaia; a questo mondo egli è in servizio; non sa come o perché, e non gli occorre saperlo; non sa per quale mercede, e non deve chiederlo. In un modo o nell’altro, sebbene ignori cosa sia la bontà, deve cercare di essere buono; in un modo o nell’altro, sebbene ignori come, deve cercare di dare felicità agli altri.

FARE IL BENE PER COSTRUIRE IL FUTURO


Potrebbe essere questo l’obiettivo di tutti gli italiani in cui istituzioni, famiglie e imprese, buttandosi alle spalle paure e incertezze pur forti, torneranno a fare progetti, a rischiare, in una sola parola “costruire il futuro”. Fare il bene e farsi del bene, allora, vorrà dire per l’Italia, per il politico, l’imprenditore e l’operatore economico puntare di più su ciò che rende migliore la vita, dal benessere, alla qualità della vita, ai consumi culturali, mentre per le imprese significherà investire sull’innovazione, sui servizi avanzati e, in generale, sui settori in crescita a livello mondiale. Su questo fronte la sfida vincente, anche se ci sono segnali deboli, ma di importante dinamismo, sarà quella di comprendere che le energie vanno riversate nei settori che crescono, anzi che corrono di più. Dovremmo riuscire a valorizzare maggiormente le grandi scoperte che si fanno nei nostri laboratori di ricerca, nelle università e nelle nostre aziende, ma che spesso vengono sfruttate da altri e riscoprire il gusto di migliorare il modello di vita e portare a valore aggiunto alcuni consumi oggi fermi perché non abbastanza innovativi. Dove c’è novità ci sarà attenzione e disponibilità. Si potrebbe, per le scelte privilegiate relative agli investimenti, guardare al futuro con maggiore serenità, per cui si potranno riprendere gli investimenti finanziari a medio e basso rischio. Si potrebbe, nei prossimi mesi, assistere ad un nuovo trend positivo se si varassero interventi a favore delle politiche infrastrutturali con un Ministero dello Sviluppo forte e deciso a smuovere l’economia, forse anche detassando gli investimenti. L’Italia ha bisogno di dare fiducia ai giovani per accompagnarli nel mercato del lavoro al fine di creare nuclei familiari, accompagnarli all’acquisto di una casa e rendere fruibile i servizi per migliorare la qualità della vita delle giovani coppie per fare figli. Si devono avviare contromisure efficaci con interventi urgenti per bloccare l’esplosione del “nero” e del sommerso che sta diventando una piaga sociale di forti dimensioni. Si deve tornare a essere ottimisti e a farci del bene perché è in atto un aumento delle disuguaglianze che è trasversale ai ceti sociali, tra chi non può in alcun modo sottrarsi agli obblighi fiscali, contributivi e burocratici e chi invece può farlo. Sul fronte del mercato del lavoro è cresciuto il lavoro precario e a tempo determinato con una flessibilità quasi da far paura. La flessibilità aumenta quando si scommette e non si è certi che la sfida sarà vinta. Si deve tornare a progettare e a rischiare utilizzando tutti gli strumenti per avviare una crescita sistematica dei servizi avanzati. Gli utenti internet hanno ormai superato parecchie centinaia di migliaia e rappresentano un grande mercato. Bisogna, però, aumentare l’efficacia dei servizi e rendere più agevoli le applicazioni. Questo vale non solo per i soggetti privati, ma anche per le pubbliche amministrazioni e gli enti locali, che continuano a mettere in rete siti paludati, di mera informazione anzichè di servizio. I nostri Enti pubblici devono osare e chi saprà rendersi utile offrendo soluzioni concrete, come per esempio i pagamenti on-line di tariffe o multe, sarà sicuramente premiato. Per il sistema dell’istruzione si nota una difficoltà non tanto il sistema d’istruzione scolastica quanto quello dell’Università, dove l’autonomia ha prodotto una scomposta forma di competizione, da un lato sicuramente positiva, ma dall’altro troppo sbilanciata sui bisogni dei docenti piuttosto che degli utenti. Il pericolo è che l’Università diventi una fabbrica di cattedre, abdicando a valorizzare il ruolo primario dell’insegnamento. Sul fronte del welfare a rischiare di più è la Sanità, per carenza di fondi, anche se c’è una crisi congiunturale legata alla difficoltà di finanziare il sistema. La salute dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni del Governo nazionale, anche perché gli italiani, in particolare, non sono disposti a rinunciare a un buon servizio pubblico di base e perché nel nostro servizio sanitario non mancano le buone qualità o le punte di eccellenza. Sulla questione del Sud e dei Sud il vero problema del territorio è l’impresa. L’impresa non è libera di crescere, e quando non c’è libero mercato non si riesce a decollare. Alcune aree del Paese stanno emergendo, ma dove la pressione dell’illegalità è più pesante la sfida resta in salita. Anche se, può darsi, tuttavia, che la recente offensiva della criminalità organizzata porti a una maggiore mobilitazione e a un rafforzamento dei princìpi di responsabilità e legalità nella presenza sul territorio. Tornare a fare bene e costruire il futuro come ci insegna nel suo magistero il Papa Benedetto XVI nella Lettera Enciclica “CARITAS IN VERITATE”, soprattutto nel capitolo terzo Fraternità, Sviluppo Economico e Società Civile sottolineando che l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per sé stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale.

Salvatore Barresi