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“L’UNIONE EUROPEA 50 ANNI DOPO CON PIU’ OPPORTUNITA’ E MENO FRONTIERE”

50 anni UE Sax

L’UNIONE EUROPEA 50 ANNI DOPO_project work di Salvatore Barresi [2007]

europa3

Abstract

Nell’anno del suo compleanno, pochi potrebbero sostenere che l’Europa sia una splendida
cinquantenne. Nella primavera del 1957 viene firmato il Trattato di Roma viene al mondo
la Signora Europa che oggi si presenta claudicante sostenuta dalle stampelle di ben
ventisette Paesi che la fanno camminare. Svolgere una tesi sui 50 anni dell’Europa è stata
una esperienza utile a comprendere qual è la cera identità. Infatti, si mostra con una carta
d’identità che non dice quale sia la sua identità, mancando perfino l’innocente riferimento
alle note «radici cristiane» nella Costituzione. E si esibisce con un paio di robusti
corteggiatori che l’hanno nel frattempo ripudiata a colpi di referendum; s’allude agli ex
ammiratori, e mai troppo ammiratori in verità, che si chiamano Francia, e Olanda.
E si affaccia, madama Europa, con una credibilità internazionale quasi inesistente. Basti il
ricordare che l’Unione dei 27 non figura in quanto tale neppure al vertice
dell’organizzazione planetaria per eccellenza; quel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite che predilige avere a che fare con gli Stati in carne e ossa, non con la loro
proiezione ideale o somma aritmetica che in mezzo secolo di promesse hanno fallito più
di quanto abbiano mantenuto. Né è il caso di rimarcare, per carità di Continente, la
vacuità della politica estera e militare espressa da quest’Unione degli incerti. E nel lavoro
svolto si è voluto rimarcare quel senso di appartenenza e sulla identità che l’Europa dovrà
assumere nell’ambito internazionale e nei confronti dei suoi cittadini.
Una Unione che, ogniqualvolta è stata chiamata a intervenire nelle aree bollenti della
Terra, s’è spaccata e che solo nell’ambito economico l’Europa ha dato i migliori risultati
di sé. Non dunque l’identità «una nella diversità», com’è scritto nel preambolo dell’ultimo
e formale documento, e che non si è affatto propagata secondo le speranze (e la
propaganda) riposte. Né ci si può appellare all’auspicio di una visione politica
continentale e internazionale fragile e confusa. È invece l’aspetto commerciale,
finanziario, monetario – in una parola: economico – il progresso riconoscibile e
condivisibile di cinquant’anni di storia politica e pacifica europea.
Rispetto ad allora gli europei stanno meglio, molto meglio. Sotto il profilo istituzionale
essi oggi costituiscono e sempre più possono costituire una rassicurante potenza
economica. Ma cinquant’anni dopo, gli aspiranti europei non hanno alcuna intenzione di
rinunciare alle proprie culture e tradizioni, al modo d’essere e di pensare da francesi, da
tedeschi, da polacchi, da spagnoli e naturalmente da italiani in cambio di un europeismo
che è diventato ideologia da sventolare nella grigia e periferica Bruxelles. Parafrasando,
l’Europa è una pura espressione economica e senza retorica è una favola di una nuova
patria che non c’è.

CROTONE: UNA CITTA ‘FANTASMA

I dati locali sull’occupazione sono allarmanti. L’andamento dell’occupazione nel 2012 vede un rallentamento della domanda di lavoro con un incremento massiccio delle ore di cassa integrazione richieste dalle imprese locali. Il rallentamento della domanda di lavoro delle imprese locali è l’altro dato impressionante che sta marcando l’intera economia provinciale. La percentuale delle aziende, quelle poche che sono ancora in vita, che prevedevano nuove assunzioni entro l’anno è bassissima. Cresce in modo evidente la disoccupazione tra i laureati crotonesi che si accontenta di vivere a stenti e nelle famiglie di provenienza. I dati che circolano sulla città di Crotone e la sua provincia indicano un impoverimento progressivo delle famiglie, baluardo più forte contro la miseria economica. In questo canestro di povertà assoluta e nell’ampia fetta dei poveri dei nostri giorni quello più colpito localmente è il “lavoratore povero”, inquadrato sotto la definizione di woorking poor, che lavora saltuariamente, quello sottopagato collocato ai margini nel mercato del lavoro. Una città fantasma dove i sindacati e la politica ammiccano, e il potere economico e quello istituzionale fanno l’amore per interessi non collettivi. Ma cosa è avvenuto e cosa sta avvenendo a Crotone, sotto i colpi della crisi, nella parte più povera, debole, della città? L’incidenza della povertà relativa nella realtà di Crotone (24,6%), verificando l’andamento della spesa media procapite, è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al Mezzogiorno (23%) e alla media italiana (11%). Questa situazione paradossale è dovuta al risparmio delle famiglie crotonesi, da un lato, che hanno temporaneamente attinto ai risparmi per mantenere lo stesso livello dei consumi, senza far fronte a spese impreviste. Dall’altro, si è completamente ridotta la propensione al risparmio negli ultimi due anni modificando la composizione sociale della povertà. Il peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie crotonesi, in linea con tutto il Mezzogiorno, è davvero impressionante: in soli due anni, tra il 2009 e il 2011, l’incidenza della povertà delle famiglie con tre e più figli minori è passata dal 37 al 50,6%: un balzo di oltre dieci punti percentuali. Nelle famiglie crotonesi “con membri aggregati” (coppie o genitori soli che vivono sotto lo stesso tetto con figli e nipotini, o con fratelli e genitori anziani) il rischio di povertà è incombente: l’incidenza della povertà passa dal 33 al 42,6%: un aumento di dieci punti percentuali in soli due anni. Persiste ancora, grazie a Dio, nella realtà crotonese la caratterizzazione familiare, la trasmissione intergenerazionale, seppur è evidente una diffusione di forme di povertà grave, anche di tipo alimentare, che farebbe pensare a condizioni simili a quelle già sperimentate nel dopoguerra. L’aggravamento dei dati sulla povertà locale non è solo un riflesso della crisi economica, ma anche delle scelte di politica economica e sociale e in particolare dei tagli lineari della spesa pubblica, ma soprattutto dalla mancanza di programmazione e progettazione sociale da parte della classe dirigente locale. Se guardiamo i dati basterebbe vedere che localmente, la città e la provincia, non hanno, tra il 2008 e il 2011, saputo sfruttare i benefici dei finanziamenti messi a disposizione dal Fondo nazionale delle politiche sociali, dal Fondo per le politiche per la famiglia, dal Fondo per le politiche giovanili e dal Fondo sociale per gli affitti, e niente dal Fondo per la non autosufficienza e dal Fondo nazionale per l’infanzia (il cosiddetto Piano nidi) che oggi sono stati del tutto azzerati dal Governo nazionale. Mentre i Comuni del Centro-Nord finanziano le politiche sociali in larga parte con risorse proprie, il sistema locale di welfare dipende in misura maggiore dai trasferimenti statali e regionali e se non sono state sfruttate sono opportunità mancate. Una classe dirigente perdente, incapace di sfruttare tutte le opportunità messe in campo negli ultimi dieci anni. Una classe dirigente che ha portato Crotone a diventare una “città fantasma”. Non c’è più niente a cui aggrapparsi. Nessuno parla più di sviluppo. Nessuno per paura non formula più ricette per il futuro. È chiaro che in una città fantasma vivono fantasmi che non reagiscono a nulla. Nessuno parla più di crescita, finanza e infrastrutture che sono le parole-chiave del contesto socio-economico attuale. Nessuno più nella città di Pitagora riesce a illustrare l’intimo legame fra queste tre parole chiave che possono sviluppare politiche locali in grado di liberare la crescita attraverso lo sviluppo delle infrastrutture. Nessuno più nella città delle grandi industrie della Calabria riesce ad illustrare le opportunità che, a tale scopo, possono essere offerte dalle istituzioni finanziarie. Nessuno più nella città di Milone e Alcmeone si confronta sui molti problemi e sulle sfide del nostro tempo. Nessuno più nella città ricca di metano e altro crede che sia urgente far crescere il grado di fiducia reciproca, senza la quale il mercato stesso non può pienamente espletare la propria funzione economica. Nessuno più nella città più povera della Calabria e dell’Italia riesce a tracciare una via istituzionale della carità di fronte alle sfide della globalizzazione plurale e poliarchica. Nessuno più nella città di mare e montagna, legati in maniera indissolubile, pensa ad una nuova cultura economica in grado di liberare energie e risorse per la crescita, di superare le resistenze degli interessi corporativi, le aree di privilegio e di rendita, e di saper creare nel contempo stabili condizioni per quel benessere diffuso, di cui devono beneficiare anche coloro che fino ad oggi ne restano esclusi. Nessuno più nella città di Crotone, baluardo dell’economia regionale per un intero cinquantennio, intende discutere a nuove forme tese a valorizzare il capitale umano e sociale, a promuovere il talento, l’iniziativa individuale e collettiva, la capacità e la voglia di intraprendere, di sperimentare, di innovare, di competere, e di assumerne il ragionevole rischio. Una città fantasma, fredda e cinica che evita la discussione sulla opportunità di conciliare competizione, flessibilità, dinamismo e innovazione, con la salvaguardia di alti livelli di solidarietà e di coesione sociale, di tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini, di qualità della vita, di sostenibilità ambientale e di qualità dei servizi sociali. Una città persa che dovrebbe pensare alla speranza di tutti e non all’egoismo personale che sta arricchendo pochi e impoverendo tanti.
Salvatore Barresi

NON DOBBIAMO ESSERE (PIU) Complici

Nei corsi di filosofia morale e in quelli di filosofia politica si studiano teorie sulla giustizia, teorie che dicono quali caratteristiche devono avere una azione, una decisione scelta, una volontà per essere giusta, oppure quali caratteristiche deve avere una società per essere giusta.
Quali caratteristiche deve avere una società per essere giusta?

Purtroppo, oggi, c’è, in noi, una non conoscenza di come debbano essere fatte le cose per godere di un certo valore.

Esiste, quindi, una questione morale e civile da affrontare legata al valore della giustizia.

Ma cosa vuol dire “valore della giustizia?”

Il valore della giustizia, cioè lo standard normativo associato a questa parola è presente in modo tipicamente intuitivo, come una peculiare qualità dell’azione, dell’interazione, dell’ordinamento di cui si tratta.

Questo “intuire” è tipicamente un pensante sentire, senza il quale non avremmo le caratteristiche risposte emotive ai mali e ai beni, come lo sdegno di fronte ad una ingiustizia impunita, la gratitudine di fronte alla generosità, l’ammirazione per la capacità di sacrificio.

C’è un problema e c’è una presa di coscienza, non di tutti, del disvalore che ci sta divorando la vita.

Simon Weil diceva: <>.

Credo che abbia ragione, almeno nel senso che non c’è (più) coscienza morale.

Penso che sia importante, oggi più di ieri, dal passaggio dalla prima alla seconda Repubblica (cosiddetta), soffermarci su una riflessione sulla “questione civile” e sulla “questione morale”.

In Italia ci sono due “ismi” che sono percepiti come dei veri e propri insulti. Essi sono: “moralismo” e “individualismo”.

Noi facciamo moralismo quando, per esempio, osserviamo i comportamenti di uomini pubblici che scambiano favori privati, quando vediamo sprechi di risorse pubbliche a vantaggio privato, quando c’è menzogna o distrazione ideologica di fatti, anche se non ci siano illeciti penali, quando siamo a conoscenza di evasione fiscale delle tasse, o quando notiamo il cumulo dei privilegi della casta o la pensione sottratta alle risorse pubbliche in tenera età, o ancora, l’abuso di potere nella gestione pubblica.

In questi casi siamo come chi predica bene e razzola male, cioè ci dedichiamo allo sport di buttar fango.

Tutto questo ci serve per giustificare, conclusione assurda, chi non ha un comportamento moralmente a posto, così fan tutti e perciò va bene così, infischiandosi del precetto evangelico “chi è senza peccato scagli la prima pietra”(Gv 8:7-11).

Così fan tutti e perciò va bene così, un comportamento pieno di “omertà”: omertà sta al servilismo come la viltà sta alla prepotenza.

Il secondo tratto è l’individualismo. Primo comportamento: io mi vedo i fatti miei del resto non mi interessa nulla.

C’è, quindi, in questo comportamento, un individuoe non una persona che sfrutta per il proprio interesse tutto ciò che è pubblico e non.

C’è un individuo che è autointeressato, egoista che nega tutto a chi non è come lui, oppure non è, per esempio, del suo partito politico della sua cordata.

In Italia abbiamo inventato lo spoil system all’italiana, mutuandolo dalle elezioni politiche americane, adattandolo alle esigenze dell’individuo egoista autointeressato per il solo servizio personale.

Chi paga per questo comportamento e atteggiamento? Nessuno se ne accorge, ma paga tutto il “corpo sociale”.

La giustizia è trattata, oggi, come se fosse un affare di potere, il potere di fare le leggi.

Una legge traduce in norma un comportamento una (supposta) verità che riguarda un valore.

Ma è così?

Pensiamo ai parlamentari che si fanno una legge sui loro stipendi senza pensare che oggi su 100 famiglie 87 non riescono a vivere perché con un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa.

Dove sta il valore in questo atteggiamento? C’è un torto? C’è una ingiustizia?

Le nostre istituzioni sono purtroppo così screditate che facciamo fatica a comprendere.

Pensiamo ad una cattedra regalata ad un servo e negata a un genio nella disciplina in questione.

Chi paga per questo torto? Chi paga per questa ingiustizia?

Paga sempre e soltanto il “corpo sociale”.

Allora, a questo punto, subentra, anche, uno sguardo “indignato”. Una indignazione fondata che guarda al valore che sta alla base di un obbligo: se si distribuiscono posti di lavoro come ricompensa di servizi privati a discapito della competenza e dell’onestà cosa succede?

Succede che questa violazione provoca uno scompenso sociale: servizi pubblici scarsi, burocrazia che affossa, poca innovazione, fermo della crescita.

Provoca anche (come torto personale) una ferita dell’anima che, a sua volta, può produrre un risentimento pericoloso per l’intera collettività – ci sono svariati esempi che vanno dal bullismo al terrorismo. C’è anche un altro risvolto, quello di sentirsi inadeguato per la società e decidere di togliersi la vita.

Noi viviamo in Paese dove le risorse comuni e la legalità sono svendute, ossia vendute al migliore in cambio di consenso o addirittura di vantaggi particolari per i governanti e gli amministratori, e dove perdura l’incantamento di una rimozione spettacolare del male che facciamo a noi stessi.

Pensiamo a tutti gli italiani che sopravvivono o prosperano attraverso concessioni di impunità, come evasori, cementificatori, inquinatori di ogni genere. Pensiamo ai collocatori di veline o ai faccendieri, della politica e non, che lucrano su tutto.

Se dall’indignazione si impara qualcosa, dal disgusto, dalla nausea, forse dobbiamo, ancora, imparare qualcosa.

Da questi sentimenti dobbiamo recuperare l’intero contenuto moderno della giustizia come fondamento di civiltà, di polis e di civitas: la giustizia come fondamento della legge, come valore civile e politico.

Ecco, allora, che entra la discussione, ormai secolare, di una nuova “classe dirigente” che sia sapiente (per i governanti), sia coraggiosa (per i difensori dell’ordine), sia con temperanza (per gli imprenditori, artigiani, professionisti, etc).

Siamo un Paese senza anima. Il nostro non è solo un Paese all’incanto, in cui con la legalità si svende il principio stesso della pari dignità e degli eguali diritti dei cittadini, ma, addirittura, viene messo in discussione la libertà.

Che cosa, infine, è dovuto a ciascuno?

Partendo dal riconoscere che ogni individuo umano è persona morale, non dobbiamo pensare che non esistono persone perverse, o criminali incalliti.

Dobbiamo, però, essere consapevoli e capaci di recuperare l’essenza di noi stessi che abbiamo perso col diventare “moralisti”, “individualisti” e “cinici”.

Non dobbiamo essere (più) complici!!

Nel suo Diario, Piero Calamandrei (uno dei redattori del Codice di procedura civile), scriveva: <>; ed ancora, Carlo Rosselli che pagò con la vita nel 1937, il suo progetto di una civiltà nuova di vera <>.

Anche Luigi Meneghello, accademico e scrittore, in un testo del 1976, edito da Rizzoli nel 2009, dal titolo: “i piccoli maestri”, a pagina 85 scriveva: <>.ì>

Dobbiamo, quindi, tornare a respirare, rinnovandoci nella solidarietà, pensando e agendo in virtù del fatto che questa società non può vivere e non può fare a meno di personalità morali.

Oggi, anche la politica deve tornare ad essere affare di chiunque voglia essere persona moralmente autonoma, e non libera di diventare serva.

Salvatore Barresi